I film di Béla Tarr tornano al cinema a pochi mesi dalla scomparsa

A pochi mesi dalla scomparsa di Béla Tarr, il suo cinema radicalmente antinarrativo riemerge nel luogo che gli è più congeniale: la sala. Dal 20 marzo prende avvio in Italia una retrospettiva che restituisce al grande schermo alcuni dei suoi lavori più emblematici, restaurati in alta definizione e distribuiti da Movies Inspired in collaborazione con una rete diffusa di esercenti.

Ad aprire il ciclo è Perdizione (Kárhozat, 1988), opera cardine nella traiettoria del regista. È qui che il suo linguaggio trova una forma compiuta: lunghi piani sequenza, movimenti di macchina lenti e inesorabili, una fotografia in bianco e nero che trasforma il paesaggio in stato mentale. Il tempo si fa materia, la narrazione si dissolve in una sospensione che ha il sapore della deriva esistenziale.

Segue Le armonie di Werckmeister (2000), tratto dal romanzo Melancolia della resistenza di László Krasnahorkai, compagno di strada e interlocutore privilegiato del cineasta. Il film, premiato alla Berlinale, è una riflessione vertiginosa sul disfacimento dell’ordine sociale, dove il caos si insinua lentamente nel quotidiano fino a diventare evento collettivo. La coreografia delle masse e la tensione sotterranea che attraversa ogni inquadratura fanno di quest’opera uno dei vertici del cinema contemporaneo.

Per gli spettatori disposti ad abbandonare ogni comfort narrativo, la retrospettiva propone anche Sátántangó (1994), monumento cinematografico di oltre sette ore. Più che un film, un’esperienza liminale, in cui la durata diventa dispositivo critico e la ripetizione una forma di pensiero. Se l’eco di Tarkovskij è percepibile, la visione di Tarr si distingue per una radicalità che svuota l’immagine fino a renderla quasi metafisica. A chiudere il percorso, Il cavallo di Torino (2011), testamento artistico del regista. Sei lunghissimi piani sequenza bastano a costruire un universo ridotto all’essenziale, dove il gesto quotidiano si trasforma in rituale e la fine del mondo si manifesta come progressiva sottrazione. È un cinema che non rappresenta, ma consuma sé stesso, fino a sfiorare il silenzio.

Questa iniziativa rappresenta solo l’inizio di un progetto più ampio: nei prossimi mesi, l’intera filmografia di Tarr sarà progressivamente riportata nelle sale, componendo un mosaico che negli ultimi anni era rimasto frammentato tra circuiti festivalieri e visioni marginali.