
In quanto attività umana, l’arte ha sempre incrociato il proprio sguardo con la politica, condividendone il campo di battaglia da alleata o avversaria e scegliendo di allinearsi al corteo o di percorrerlo al contrario. In ogni caso, anche nei momenti in cui ha inteso dettare una linea di totale alterità rispetto ai fatti del mondo, l’arte non ha mai davvero abitato una terra di mezzo, e – più o meno direttamente – si è trovata a costruire e legittimare narrazioni egemoniche, o a rinnegarle. Quello tra arte e politica, tuttavia, è un sodalizio complesso, avvicinabile da più fronti: da considerazioni più teoriche, relative al carattere intrinsecamente politico della prassi artistica, a contestazioni strutturali, dal taglio più espressamente economico.
Restringendo il campo, e sottraendo all’equazione considerazioni ad ampio spettro, è interessante notare come ogni controversia geopolitica, ogni tensione tra stati che deflagra nello scontro frontale, o qualsiasi rivendicazione identitaria – etnica, di classe o di genere – coinvolga inevitabilmente il sistema dell’arte nel suo complesso, persino – o soprattutto – nei casi in cui esso intenda promuovere un’agenda più cautelativa. A tal proposito, eventi come la Biennale di Venezia, o manifestazioni cadenzate a ritmi più dilatati – è il caso di documenta, che si svolge ogni cinque anni – offrono postazioni circoscritte, ma privilegiate, per inquadrare il rapporto tra arte e politica nei termini della reazione: come agire quando infuriano guerre o invasioni, se si assiste a golpe militari, crimini contro l’umanità e genocidi? Quali responsabilità, e quali conseguenze, per artisti, curatori o direttori? Quali i margini di manovra, e i confini tra piano giuridico e morale?

A più di trent’anni dal funerale predetto e ritrattato da Francis Fukuyama (The end of history and the last man, 1992), l’ordine geopolitico mondiale è costantemente minacciato da vecchi e nuovi conflitti. Dall’Ucraina a Gaza, dalle rivolte in Iran alla cattura di Nicolas Maduro, la Storia è tornata a muoversi, smentendo ogni ipotesi sulla sua fine: e se il mondo assomiglia sempre di più a una polveriera diffusa, l’arte cosa può fare? Sempre più spesso, e forse per eccesso di fiducia, all’arte sono richiesti chiarezza e coraggio: operare precise scelte di campo, tuttavia, oltre a ridurre i margini di complessità propri dell’arte, comporta dei rischi ben maggiori di quelli connessi all’equidistanza strategica e a una neutralità presunta. I precetti non scritti della ragione di stato prevalgono, con maggiore evidenza, nel caso di rassegne a partecipazione nazionale, come la Biennale di Venezia. In virtù dell’impianto normativo che la governa – la Biennale concede la totale autonomia ai singoli stati, i quali finanziano il progetto, selezionano artisti e curatori e possono, all’occorrenza, anche revocare tali nomine, ritirarsi o chiedere la rimozione di certe opere – l’evento artistico più prestigioso a livello internazionale è il termometro ideale per misurare i tentennamenti del sistema e le sue vulnerabilità costitutive.

Accordare la massima libertà a ogni paese, nella totale assenza di meccanismi centralizzati di controllo, comporta, per paradosso e ironia, dare il via libera a episodi di censura preventiva. Nell’ambito della 61° edizione, la cui apertura è prevista per il 9 maggio 2026, il Ministero sudafricano dello Sport, delle Arti e della Cultura ha recentemente ritirato il progetto di Gabrielle Goliath, una variazione sul tema dal ciclo performativo Elegy che avrebbe commemorato le donne e i bambini morti a Gaza per mano dell’IDF. Un destino simile sembrava poi attendere Khaled Sabsabi e Michael Dagostino, artista e curatore nominati da Creative Australia in rappresentanza del paese. Il casus belli che aveva portato il governo a sollevarli dall’incarico, e in seguito a riammetterli – per via del prevedibile fuoco incrociato di polemiche che ha convinto i vertici al mea culpa e al dietrofront – era costituito da You, lavoro video del 2007 in cui compare Hassan Nasrallah, leader politico di Hezbollah. Con l’affaire sudafricano in attesa di sviluppi futuri, l’Australia ha fornito un esempio di come la mobilitazione mediatica interna possa ricalibrare disposizioni ufficiali.
Al contrario, nel caso degli appelli lanciati da ANGA (Art Not Genocide Alliance) e da Woman Life Freedom per escludere Israele e Iran dalla scorsa edizione della rassegna, la Biennale non ha potuto, o voluto, trovare contromisure. Da un lato, sul piano normativo, la Biennale non ha formalizzato criteri o casistiche per eventuali esclusioni, consentendo la partecipazione ai “paesi riconosciuti come stati indipendenti dal governo italiano”: lo stesso padiglione russo, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, si è ritirato spontaneamente, per volontà degli artisti, Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva, e del curatore lituano Raimundas Malašauskas; e Ruth Patir, con le curatrici Mira Lapidot e Tamar Margalit, ha posto come condizioni per la riapertura del padiglione israeliano il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Dall’altro, Venezia paga il prezzo di un passato scomodo – l’esclusione del Sudafrica dal 1968 al 1993 – e presta il fianco ad accuse di doppiopesismo motivato da logiche di realpolitik.

Ciò che resta, in fin dei conti, è uno squilibrio profondo: al di là di ogni commento – prove muscolari come il ritiro incontrano tanto il plauso quanto il dissenso – se gli artisti e i curatori non temono di esporre, e di esporsi, ai piani alti si naviga a vista, e si accumulano precedenti con esiti opposti e perciò fuorvianti. A Kassel, cittadina nel Land dell’Assia che dal 1955 ospita documenta, il discorso è diverso: non concepita su base nazionale, e organizzata come progetto curatoriale indipendente, documenta non compromette, o consolida relazioni internazionali in via esplicita. Qui, la politica entra “dal retro”, assumendo fisionomie tematiche, innescando reazioni altrettanto esplosive. Nel 2022, il murale People’s Justice del collettivo indonesiano Taring Padi – bollato come apertamente antisemita, coperto e successivamente rimosso – ha stretto la direttrice Sabine Schörmann attorno a una gogna mediatica, costringendola al forfait. I segnali di un dibattito inquinato e fortemente polarizzato, del resto, erano giunti già a fine maggio, quando lo spazio espositivo WH22, sede di un progetto del collettivo palestinese The Question of Funding, era stato vandalizzato e coperto con graffiti inneggianti al codice penale californiano per l’omicidio, il 187, e a Isabel Medina Peralta, nota esponente dell’estrema destra spagnola. Nel novembre del 2023, poi, l’intero comitato di selezione per l’edizione successiva (2027) ha rassegnato le proprie dimissioni.

Il domino di diserzioni illustri, però, ha consentito al nuovo direttore, Andreas Hoffman, di fondere l’etica con la giurisprudenza, e di approntare un Codice di Condotta che, pur problematico – in quanto recepisce la definizione di antisemitismo proposta dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che include, tra le opinioni antisemite, anche la negazione dell’esistenza dello Stato di Israele – non è applicabile al comparto creativo (direzione artistica e team curatoriale). Vedremo, con documenta, se alle parole seguiranno i fatti. E a Venezia, se ai fatti seguiranno le parole.


