Cindy Sherman va in ufficio (e fa una strage), ritorna il cult Office Killer

Un nuovo Blu-ray riporta alla luce l'horror satirico degli anni '90 sull’alienazione lavorativa firmato dalla regina della fotografia concettuale

Quando si pensa a Cindy Sherman, il riferimento immediato è alla fotografia: dalle iconiche Untitled Film Stills agli autoritratti che hanno rivoluzionato il modo di rappresentare identità, stereotipi e ruoli femminili nella cultura visiva contemporanea. Ma nel 1997 l’artista americana ha compiuto una deviazione inattesa dirigendo il suo unico lungometraggio, Office Killer, una commedia horror nera che oggi torna all’attenzione grazie a una nuova edizione in Blu-ray già disponibile, in pre-vendita a 46,99 dollari sul sito di Vinegar Syndrome, tra le principali società di restauro e distribuzione cinematografica indipendenti al mondo.

Il film, interpretato tra gli altri da Carol Kane, Molly Ringwald e Jeanne Tripplehorn, racconta la storia di Dorine, una timida redattrice di una rivista che, dopo la morte accidentale di un collega, inizia a nascondere cadaveri nel seminterrato della propria casa e a intraprendere una serie di omicidi sempre più assurdi. La trama mescola horror, satira e umorismo nero, trasformando l’ufficio, con i suoi rituali, gerarchie e frustrazioni, in uno spazio claustrofobico e disturbante. All’epoca dell’uscita, però, Office Killer fu accolto con recensioni piuttosto fredde e rimase ai margini sia del cinema indipendente sia della carriera dell’artista. Alcuni critici lo giudicarono un esperimento imperfetto, incapace di replicare la precisione visiva delle sue fotografie, mentre altri lo interpretarono come un curioso spin-off del suo universo iconografico.

Negli ultimi anni, tuttavia, il film è stato oggetto di una nuova lettura. La storia può essere vista come una satira feroce del lavoro contemporaneo: in un ambiente aziendale dominato dalla logica del capitalismo e della produttività, la protagonista sembra intrappolata in una spirale in cui l’ufficio diventa una macchina alienante, capace di spingere alla follia. In questa chiave, la violenza grottesca del film non è che una metafora estrema della vita lavorativa moderna. Se nelle fotografie l’artista si traveste e assume ruoli diversi per interrogare la costruzione dell’identità, nel film sposta quella stessa strategia nel linguaggio del cinema, trasformando l’immaginario dell’ufficio – segretarie, manager, open space – in una parodia oscura dei ruoli sociali e delle maschere quotidiane. Rivisto oggi, Office Killer sembra meno un incidente di percorso e più un’estensione eccentrica del lavoro di Sherman, che ne rivela tutte le sue ossessioni visive, identità, stereotipi, corpi e finzioni che in questo caso, trovano spazio anche fuori dallo studio fotografico.