Emilio Isgrò al Corriere: «Oggi molti scambiano per opere mie i file censurati di Epstein»

L'intervista di Emilio Isgrò al Corriere della Sera diventa l’occasione per riflettere sulla potenza visiva della sua cancellatura, rivelando quanto l’artista avesse intuito in anticipo una delle estetiche simboliche del nostro tempo

«Oggi molti scambiano per opere mie i file censurati di Epstein». Lo ha detto Emilio Isgrò in un’intervista sulle colonne del Corriere della Sera riferendosi al gesto creativo che lo ha reso celebre, la cancellatura. E in questo passaggio l’artista siciliano individua un paradosso visivo del nostro tempo. Le pagine oscurate dei documenti legati al caso Epstein – fitte di righe annerite per coprire nomi e informazioni – assomigliano infatti alla forma espressiva che Isgrò inaugurò nel 1964. Però, ciò che per la burocrazia è un atto di censura amministrativa diventa, nell’opera dell’artista, un dispositivo poetico e critico. È in questo scarto, d’altra parte, che si colloca la differenza tra il nascondere e il rivelare: la cancellatura di Isgrò non elimina il significato, ma lo costringe a emergere da ciò che resta visibile.

Seduto nella sua casa-studio milanese, a ottantotto anni, l’artista continua a lavorare con la stessa ostinazione. Al Corriere racconta di stare «cancellando la Groenlandia» su uno dei suoi globi terrestri, metafora di un mondo attraversato da conflitti e tensioni geopolitiche. Il resto dell’intervista restituisce un ritratto umano e culturale ricco di episodi. Isgrò ricorda gli anni giovanili nelle redazioni dei giornali – fu proprio al Gazzettino che nacque la prima cancellatura – e le amicizie letterarie, da Dino Buzzati a Eugenio Montale, con cui ebbe un rapporto complesso dopo aver dichiarato provocatoriamente che «la parola era morta». Affiorano anche pagine più intime: il lungo amore con la moglie Scilla Velati, compagna di vita e custode dell’archivio dell’artista, la diffidenza verso il mercato dell’arte, le opere regalate e poi ritrovate nelle aste, la disciplina quotidiana.

Non è la prima volta, del resto, che la poetica della cancellatura si interfaccia con il mondo reale. Qualche anno fa Isgrò aveva portato in tribunale Roger Waters sostenendo che la grafica dell’album The Lockdown Sessions riprendesse in modo troppo evidente la forma espressiva delle sue cancellature. In primo grado il Tribunale di Milano aveva dato ragione all’artista, riconoscendo che il materiale visivo collegato al disco riprendeva “pedissequamente” la sua cifra stilistica. La controversia si è poi conclusa con un accordo: Isgrò ha ritirato l’azione legale riconoscendo la buona fede dell’ex Pink Floyd, che a sua volta ha dichiarato di aver sviluppato l’immagine in modo indipendente. Una chiusura diplomatica che ha trasformato lo scontro in un reciproco riconoscimento.

Eppure l’episodio, come la battuta dell’artista sugli Epstein files costringe a ricordare, rivela come la cancellatura di Isgrò sia diventata talmente iconica da riapparire anche inconsapevolmente nei contesti più diversi, che si tratti di carte giudiziarie o copertine discografiche, fino ai documenti secretati della politica internazionale. Oppure, è il segno di come l’artista siciliano, fin dal 1964, abbia colto chiaramente una delle chiavi visive del nostro tempo.