La moda che attraversa il mondo, il mondo che la moda attraversa

Come il runway ha acquisito negli anni una nuova configurazione. Numero Cromatico racconta la sua collaborazione con ETRO

Costruire uno spazio non è mai neutro, suggerisce il modo in cui attraversarlo, il passo da tenere, le svolte da seguire, le strade da non percorrere. La moda contemporanea non è più soltanto un sistema produttivo o un linguaggio estetico, ma un dispositivo sensibile che registra le tensioni del presente mentre accadono, inserendole in un contesto ben definito ma in cui non sempre è facile orientarsi. 

Sempre più spesso affidato ad artisti contemporanei o a studi di architettura e ricerca, lo spazio della passerella oggi si riconfigura e assume sempre di più una funzione critica che interroga incessantemente il nostro rapporto con il corpo, la costruzione e decostruzione della nostra identità e il nostro modo di ragionare come comunità. Non si tratta più di creare ambientazioni iconiche, belle sempre per le nostre pseudonarrazioni digitali, ma di costruire dispositivi percettivi che trasformino la sfilata in esperienza e lo spazio in un’architettura narrativa attraverso cui la collezione stessa prende forma, espandendo il racconto, introducendo nuove chiavi di lettura all’interno di un linguaggio tradizionalmente orientato al desiderio e alla seduzione.

Partendo da qui, da questa concezione del runway come campo performativo, guardiamo al dialogo tra ETRO e Numero Cromatico. Il collettivo, chiamato a intervenire nelle ultime due stagioni del brand costruendo i set delle sfilate FW 2025-2026 e FW 2026-2027, racconta come si costruisce una collaborazione di questo tipo e la possibilità per l’arte contemporanea di espandere il proprio campo d’azione. Al netto del fatto che costruire un mondo per qualcuno è ancora oggi la cosa più radicale che possiamo permetterci come esseri umani, disegnare uno spazio in cui la collettività – noi, non gli altri – possa imparare nuove coordinate di movimento, ci rimette al centro della passerella, ragionando non solo su ciò che vogliamo indossare, ma sul modo in cui scegliamo di abitare il nostro tempo.

L’arte contemporanea rischia qualcosa entrando nel “sistema moda”?
Rischiare è una delle condizioni fondamentali della ricerca. Il rischio, quando è consapevole, è uno spazio di possibilità. Entrare in dialogo con il sistema moda non significa perdere identità, se si ha chiara la propria direzione. Per quanto ci riguarda, il confronto con ETRO è stato un terreno di crescita, non di compromesso. L’importante è mantenere sempre l’integrità del proprio sguardo. Se questo rimane saldo, il dialogo tra arte e moda non è una perdita, ma un’espansione del campo d’azione dell’arte stessa.

Quanto è possibile essere radicali dentro un sistema commerciale?
Dipende da cosa intendiamo per radicalità. Per molto tempo essere radicali è stato associato a una posizione di rifiuto: restare fuori dalle dinamiche commerciali, non dialogare con altre discipline, non confrontarsi con la moda o con le aziende. Una forma di chiusura che talvolta ha sconfinato nello snobismo. Il mondo però sta cambiando, e anche i modelli del sistema dell’arte stanno mostrando le loro fragilità. Per noi essere radicali significa portare uno sguardo nuovo nel mondo, non sottrarsi a esso. Significa indagare la realtà in tutte le sue forme, senza confinare l’arte in generi o linguaggi facilmente assimilabili dal mercato. Da anni lavoriamo in questa direzione, costruendo un modello che tiene insieme ricerca artistica, neuroscienze, percezione, collaborazione interdisciplinare. La radicalità, per noi, coincide con la necessità: fare ciò che sentiamo necessario fare, senza inseguire trend e senza modellare il lavoro sulle aspettative del sistema. La coerenza, il rispetto e l’apertura sono valori imprescindibili. È su questi che abbiamo costruito relazioni solide e durature. La collaborazione con ETRO rappresenta esattamente questo: un incontro in cui la dimensione commerciale non annulla la ricerca, ma la sostiene e l’amplifica.

In quale momento del processo creativo siete stati coinvolti da ETRO? Avete incontrato prima la collezione o il racconto concettuale della stagione?
Come già accaduto lo scorso anno, siamo stati coinvolti nella fase di concezione della collezione. Marco De Vincenzo, creative director di ETRO, ha condiviso con noi il racconto concettuale della stagione, permettendoci di entrare in relazione con gli aspetti fondativi dell’idea ancora prima che con la forma e con i materiali. Si tratta di un gesto di grande rispetto nei confronti del nostro lavoro: non un semplice invito a realizzare una scenografia, ma la possibilità di costruire un dialogo autentico. A partire dalla sua visione, abbiamo avuto la piena libertà di immaginare un’opera che potesse entrare in risonanza con la collezione, senza sovrapporsi, ma contribuendo ad amplificarne la dimensione esperienziale. Questa modalità di collaborazione, fondata sulla stima reciproca e sulla fiducia, è rara e preziosa.

ETRO costruisce la propria identità sul tessile e sul pattern, in una continuità similare con il vostro lavoro. Quali elementi dell’heritage del marchio avete trattenuto nell’opera?
Abbiamo lavorato per costruire uno spazio sensibile capace di entrare in dialogo profondo con la collezione e di valorizzarla, senza appropriarsi dei codici specifici del marchio. Il nostro ruolo, in questo caso, era quello di creare una risonanza percettiva. La storia di ETRO e il lavoro fatto da Marco De Vincenzo negli ultimi anni raccontano una ricerca molto sofisticata sul tessile, sui pattern e sulla stratificazione non solo cromatica e simbolica. Nel nostro lavoro, la dimensione tattile, l’intensità del colore, la densità evocativa e l’attenzione alla percezione del pubblico sono elementi centrali. È in questa tensione comune – tra superficie e profondità, tra segno e corpo, tra visione e esperienza – che si è creata una risonanza naturale. Siamo profondamente grati per la possibilità di misurarci con un brand che possiede una storia così forte e riconoscibile, ma che allo stesso tempo dimostra il coraggio di aprirsi a un confronto autentico. Questa collaborazione ha permesso di ribadire quanto il nostro lavoro possa contribuire a ridefinire il modo in cui l’arte visiva si rapporta anche ad altre discipline.

Le vostre tende funzionano come filtri percettivi. Cosa volevate attivare nello spettatore e cosa cambia quando entrano in uno spazio performativo come quello di una sfilata?
Quando Marco ci ha raccontato la direzione che stava prendendo il suo lavoro, abbiamo immediatamente riconosciuto un punto di contatto profondo con alcune delle nostre opere: l’idea del portale è un concetto che attraversa da anni il nostro lavoro: declinato come sipario, passaggio, soglia – già centrale nella mostra Tre scenari sulla percezione del tempo (2021-2022). Nel contesto della sfilata, il portale assume una potenza ulteriore. L’idea era quella di costruire uno spazio magico e vibrante, capace di sospendere il tempo per tutta la durata dell’evento. Creare una soglia invisibile che permettesse al pubblico di entrare in una dimensione altra. I portali hanno generato uno spazio potenzialmente infinito, un loop forward – come il titolo della sfilata – in cui lo sguardo non trovava mai un limite definitivo. In questo senso, la tenda non era un fondale, ma un dispositivo estetico: un filtro percettivo che trasformava la fruizione, intensificando l’esperienza emotiva e sensoriale del pubblico.

La velocità di fruizione dell’evento vi ha obbligato a ripensare la costruzione dell’esperienza? La vostra pratica spesso richiede tempo di sedimentazione.
È sempre sorprendente constatare quanti mesi di lavoro, riflessione e sperimentazione confluiscano in pochi minuti di sfilata. Eppure è proprio in quella densità temporale che accade qualcosa di irripetibile. Non parliamo semplicemente di “magia”, ma di una concentrazione estrema di energia progettuale e performativa. La sfilata è, a tutti gli effetti, una performance complessa e stratificata. In questo, Marco De Vincenzo è straordinariamente attento a ogni elemento che compone lo spazio – collezione, allestimento, suono, ritmo – e questa visione sistemica risuona profondamente con il nostro approccio. In quei minuti lo spettatore è colpito da tanti stimoli contemporaneamente e l’obiettivo è far sì che tutto sia in armonia. Per noi è stata, anche quest’anno, una sfida stimolante. Non abbiamo ridotto la complessità del lavoro; abbiamo cercato di costruire qualcosa che potesse lasciare una traccia continua anche dopo la fine dell’evento.

Per la Collezione FW 2025, vostra prima collaborazione con il brand, l’opera realizzata era una tenda lunga più di cinquanta metri che accompagnava pubblico e modelle per tutta la sfilata con un fregio continuo che orientava lo sguardo. In qualche modo si presentava come un racconto già scritto, un sipario parallelo al percorso, invece di una soglia frontale da attraversare. Cos’è cambiato?
Nella precedente collaborazione, la collezione MAGMA era in forte risonanza con la nostra opera Take me into your dreams, among your darkest thoughts, un bestiario di figure antropomorfe e ambigue. In quel caso, tagliare lo spazio in due è stata una scelta radicale: creare un “vedo/non vedo”, una tensione visiva. Il pubblico non poteva percepire interamente ciò che accadeva oltre la tenda, anche chi era seduto dall’altra parte della gradinata. Le 120 figure presenti costruivano un pattern vivo, capace di generare continuamente nuove configurazioni percettive. Quest’anno invece l’opera aveva lo scopo di creare uno spazio vibrante, un ambiente senza fine, una narrazione in divenire. L’installazione era una sorta di controcampo sensibile che amplificava l’immaginario della collezione.

Il numero dei portali, quest’anno, è stato una scelta simbolica o compositiva?
È stata una scelta compositiva, nata dalla necessità di costruire un equilibrio preciso tra l’opera e il luogo che la ospitava. Ogni nostra installazione si misura sempre con l’architettura, con il contesto, con le dinamiche di attraversamento e di sguardo. Il numero dei portali non rispondeva a una simbologia predeterminata, ma a una tensione spaziale: creare una sequenza capace di generare ritmo, profondità, continuità. In un contesto performativo come la sfilata, l’equilibrio tra pieni e vuoti, tra visibile e invisibile, diventa fondamentale. L’opera non deve imporsi sullo spazio, ma attivarlo.

Now more than ever. È una frase che appartiene al linguaggio politico e sociale. Nei momenti di crisi la leggiamo sui manifesti o la ascoltiamo nei discorsi pubblici. La collezione che Marco De Vincenzo ha intitolato Loop Forward propone un’idea di avanzamento che passa attraverso la memoria e la ripetizione, mentre il vostro titolo introduce un’urgenza imperativa del presente. In questo incontro linguistico la passerella si trasforma in uno spazio di responsabilità, oltre che estetico.
Il titolo è profondamente in sintonia con il concept di Marco. Oggi più che mai è necessario studiare il passato per poter leggere il presente con lucidità. Riprendere codici, attraversarli con la consapevolezza dell’esperienza contemporanea, restituire uno sguardo personale: questo per noi è un gesto di responsabilità. Viviamo in un’epoca di accelerazione tecnologica e di avanzamento continuo, ma gran parte del nostro essere umani resta un qualcosa di ciclico, come la natura stessa ci insegna. Il passato ci serve a rigenerare continuamente il futuro, come accade alla terra quando viene ribaltata dall’aratro. In questo senso, Now more than ever non è uno slogan, ma un invito a una profondità dello sguardo. Le arti dovrebbero sempre aprire uno spazio di responsabilità, di rispetto della storia e delle differenze. È questa tensione etica che fonda ciò che chiamiamo estetico. Non un’estetica superficiale, ma un’estetica profonda, stratificata, consapevole. Per noi è un onore lavorare con Marco, perché il suo approccio va esattamente in questa direzione: memoria e innovazione non sono opposte, ma si alimentano reciprocamente.