Perché la nuova pavimentazione del Colosseo fa così discutere?

La sostituzione dei sampietrini con lastre di travertino nell’area tra l’Anfiteatro Flavio e via Celio Vibenna ha acceso un dibattito sulla conservazione del passato

Roma è abituata alle polemiche, soprattutto quando si interviene sui suoi monumenti simbolo, e anche per la nuova pavimentazione degli ambulacri meridionali del Colosseo la Capitale non si è sottratta alla propria storia. Ma perché la sostituzione dei sampietrini con grandi lastre di travertino ha sollevato tanto clamore? Il dibattito, infatti, va ben oltre la scelta dei materiali.

Facciamo un passo indietro. L’area tra l’Anfiteatro Flavio e via Celio Vibenna è stata riaperta solo parzialmente, dopo un intervento che ha previsto la rimozione della pavimentazione storica in cubetti di basalto per consentire scavi archeologici. Una volta conclusa questa fase, lo spazio è stato ricoperto con lastre di travertino, materiale coerente con quello originariamente utilizzato per il rivestimento del Colosseo in età romana. Ed è proprio qui che si concentra il cuore della discussione.

Le critiche: «Un falso storico»

Per molti, la nuova pavimentazione rappresenta uno stravolgimento, non solo per l’impatto estetico – più chiaro, uniforme, quasi “piazza contemporanea” – ma per la scelta di ricoprire parte delle tracce emerse durante gli scavi. In una porzione degli ambulacri sono ancora visibili gettate di calce e frammenti dell’antico travertino, ma secondo alcuni critici si sarebbe dovuto lasciare maggiore spazio alla lettura archeologica dell’area.

Tra le voci più nette, quella del professore di Restauro architettonico dell’Università Roma Tre, Michele Zampilli, che in un’intervista ha definito l’intervento «molto brutto, oltre che inutile», sostenendo che così com’è non favorisce la valorizzazione storica del monumento. Sui social, intanto, c’è chi parla apertamente di “falso storico”, contestando l’idea di ricostruire una superficie uniforme laddove sarebbe stato più opportuno lasciare a vista le stratificazioni emerse. Alcuni cittadini ipotizzano perfino iniziative formali, come accessi agli atti o ricorsi amministrativi, sostenendo che l’area rientri in una fascia di rispetto che dovrebbe limitarne le trasformazioni.

A far discutere sono anche i blocchi di travertino che emergono dalla nuova superficie, collocati in corrispondenza degli antichi pilastri crollati nei secoli. Nelle intenzioni del Parco Archeologico avrebbero potuto accogliere reperti o contribuire alla narrazione dell’area; nei primi giorni di apertura, però, sono stati utilizzati dai visitatori come semplici sedute. Per alcuni, un segnale che l’intervento sia più funzionale alla gestione dei flussi turistici che alla valorizzazione culturale. C’è poi un timore più pratico: con l’enorme afflusso quotidiano di turisti, il travertino – materiale poroso e chiaro – rischia di sporcarsi rapidamente, alterando l’effetto visivo complessivo.

Le ragioni di chi difende il progetto

Sul fronte opposto, non mancano le voci a sostegno della scelta progettuale. Il primo argomento è storico: quando fu costruito il Colosseo, i sampietrini non esistevano. Il travertino, invece, è il materiale identitario del monumento. In questa prospettiva, la nuova pavimentazione sarebbe più coerente con la natura originaria del luogo rispetto alla copertura novecentesca in basalto.

C’è poi una questione funzionale. L’area in questione è uno dei principali snodi di accesso al Colosseo e al Parco archeologico, quindi una superficie più regolare e continua faciliterebbe la circolazione dei visitatori, migliorando sicurezza e accessibilità. L’intervento, dunque, non sarebbe una semplice operazione estetica, ma parte di una più ampia strategia di gestione degli spazi. Alcuni osservano inoltre che il travertino, grazie alla sua colorazione chiara e riflettente, potrebbe contribuire a mitigare l’effetto “isola di calore” durante i mesi estivi, un tema sempre più centrale nella progettazione urbana contemporanea.

In realtà, il clamore dice molto più della pavimentazione in sé: ogni intervento sul Colosseo, monumento-simbolo per eccellenza, tocca corde profonde dell’identità collettiva. In questi casi, quindi, la questione di fondo resta la stessa, ovvero se sia meglio conservare ogni traccia del passato così com’è giunta fino a noi, o intervenire per restituire un’immagine più coerente con l’antico, pur accettando una quota di ricostruzione.

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