Negli anni ’70 una performance di Bogdanka Poznanović faceva del cuore un atto politico

A San Valentino il cuore è un simbolo consumato, ma nel 1970 a Novi Sad diventò un oggetto monumentale portato in processione. Con "Action Heart-Object", Bogdanka Poznanović trasformò il segno dell’amore in un gesto pubblico e radicale

Prima di diventare un simbolo commerciale, c’è stato un tempo in cui il cuore era carico di tensione culturale. Nel 1970 l’artista serba Bogdanka Poznanović realizzava infatti una delle sue prime azioni pubbliche, destinata a segnare la storia della performance nell’Europa dell’Est: Action Heart-Object. Dal 20 al 29 settembre di quell’anno, per le strade di Novi Sad, veniva trasportata una scultura a forma di cuore di due metri per due, spessa venti centimetri e rivestita di stoffa rossa. All’interno, un metronomo scandiva ottanta battiti al minuto: la frequenza media di un cuore umano a riposo. L’oggetto, insieme monumentale e fragile, era portato a spalla da quattro persone in una sorta di processione laica che attraversa lo spazio urbano, invitando i passanti a seguirlo.

Nella scena, che ricordiamo in occasione di San Valentino, il cuore viene sottratto alla dimensione privata e reso presenza fisica, peso concreto, ingombro visibile nello spazio pubblico. Il battito meccanico introduce un elemento perturbante, rendendo evidente la costruzione culturale dell’emozione: ciò che consideriamo spontaneo, naturale, è in realtà inscritto in un sistema di rappresentazioni e ruoli. In questo senso, l’opera agisce come dispositivo critico.

Siamo, tra l’altro, negli anni della seconda ondata femminista, quando lo slogan “il personale è politico” diventa una chiave di lettura per ripensare l’esperienza femminile. Poznanović traduce quel principio in forma visiva. Esporre il cuore significa affermare che le emozioni – storicamente relegate al femminile e per questo svalutate – non appartengono alla sfera del silenzio domestico, ma sono materia pubblica, terreno di conflitto e di consapevolezza.

L’artista, spesso accostata a figure come Marina Abramović e Yoko Ono per l’uso del corpo nella pratica performativa, sceglie qui una strategia diversa: il corpo è evocato, sostituito, ampliato da un oggetto che ne assume la funzione simbolica. Il cuore diventa così un corpo collettivo, un centro pulsante che attraversa la città e la costringe a confrontarsi con ciò che solitamente resta nascosto. Nel 1970, la forma del cuore è ancora legata a un immaginario femminile fatto di disegni a margine dei quaderni, di sentimentalismi attribuiti alle donne. Poznanović ne sovverte il destino decorativo: lo ingrandisce, lo rende pesante, lo carica di una densità politica. Quel segno, apparentemente innocuo, diventa strumento di rivendicazione.