Musei a cielo aperto tra le ferite della Cisgiordania

La strategia israeliana di controllo su terre libere e siti archeologici solleva preoccupazioni sul rispetto del diritto internazionale

Negli ultimi giorni la Cisgiordania occupata è tornata al centro delle cronache internazionali non solo per la crescita delle tensioni politiche e territoriali, ma anche per le implicazioni che questo ha sul patrimonio culturale e sulla stessa prospettiva di una soluzione negoziata con due Stati. La discussione parlamentare israeliana di un disegno di legge che estenderebbe la giurisdizione dell’Israel Antiquities Authority anche sulla Cisgiordania, inclusi siti archeologici di enorme valore storico, ha acceso un allarme diffuso. Le nuove misure conferirebbero al ministro competente il potere di nominare consiglieri, dichiarare siti e perfino espropriare terreni e reperti, in violazione di norme internazionali come la Convenzione dell’Aia del 1954 e la Quarta Convenzione di Ginevra. Associazioni locali e ONG temono che questi provvedimenti consentano l’annessione de facto del patrimonio storico e marginalizzino la sovranità palestinese su aree fino ad oggi sotto gestione dell’Autorità Nazionale Palestinese secondo gli Accordi di Oslo del 1993.

Attivisti e gruppi di tutela dei diritti umani descrivono la retorica ufficiale israeliana, che parla di protezione del patrimonio e cura delle origini storiche come un pretesto per consolidare il controllo territoriale, che potrebbe includere la costruzione di strade controllate dai coloni, recinzioni e limitazioni all’accesso palestinese. Si tratterebbe infatti di una strategia graduale che nel tempo riporterebbe ripercussioni lente e profonde: l’espansione del controllo israeliano sulla Cisgiordania causa modifiche all’apparato legislativo, amministrativo e di governance del territorio che indeboliscono progressivamente le competenze dell’ANP e consolidano un sistema legale e territoriale integrato di fatto con lo Stato di Israele. Il tutto, combinato con l’espansione degli insediamenti, la cancellazione di leggi storiche di protezione delle terre palestinesi e un potenziale accesso facilitato a siti simbolici e archeologici, non solo mette a rischio la preservazione di millenni di storia materiale, ma erode anche la possibilità di una convivenza pacifica e di un accordo negoziato sulle frontiere.

Il prezzo è altissimo. Non riguarda soltanto la politica o la diplomazia. Riguarda la conservazione stessa di millenni di storia materiale, ma anche città antiche, reperti, stratificazioni culturali che appartengono alla regione e al mondo. Ma riguarda anche un’altra cosa, più difficile da misurare: la perdita progressiva di uno spazio negoziale. Perché mentre il controllo si estende, la prospettiva di una soluzione a due Stati appare sempre più distante, quasi un linguaggio del passato. Non sorprende, allora, che le reazioni siano arrivate anche sul piano internazionale: Nazioni Unite, Unione Europea, Lega Araba. Critiche dure, richiami formali, dichiarazioni che ribadiscono come gli insediamenti siano considerati illegali secondo le risoluzioni ONU e la Quarta Convenzione di Ginevra. Ma, come spesso accade, le parole restano sospese mentre sul terreno le decisioni continuano a produrre effetti.