La lingua grigia dell’Albania

In "Concrete Albania" Fabrizio Bellomo segue la metamorfosi albanese: dal cemento della sopravvivenza a quello del turbocapitalismo

In Concrete Albania Fabrizio Bellomo, artista e filmmaker barese classe 1982, prende il cemento come punto di partenza per osservare un Paese in trasformazione. Non è solo un materiale: è una traccia continua, una presenza che attraversa regimi, economie e immaginari. L’Albania che emerge da questo lavoro di lungo periodo non è raccontata per simboli o appartenenze, ma attraverso ciò che è stato costruito, adattato, abbandonato e nuovamente riproposto come segno di modernità. Nel corso di oltre vent’anni di osservazioni tra Tirana, la costa e le aree periferiche, Bellomo ha raccolto immagini che restituiscono il paesaggio costruito come uno spazio di stratificazione, dove necessità, potere e aspirazioni convivono nello stesso campo visivo.

Il volume, curato da Elton Koritari e sostenuto dall’Italian Council, alterna serie fotografiche e testi critici, costruendo una lettura corale capace di tenere insieme memoria socialista, transizione e presente. Il punto di partenza è dichiarato con nettezza dallo stesso Koritari: “in Albania Il cemento è un linguaggio”. Un linguaggio che cambia tono ma non ruolo.

Durante il socialismo era materia povera e funzionale, legata alla sopravvivenza e a un’idea di collettività; oggi è lucido, verticale, spesso spettacolare, al servizio di un boom edilizio pieno di contrasti che ha ridisegnato in pochi anni il volto della capitale e della costa. Bellomo osserva questo passaggio senza nostalgia e senza enfasi, lasciando che siano le forme a parlare: la continuità del materiale rende ancora più evidente la discontinuità delle promesse.

Dentro questo scenario, Bellomo mostra un’Albania in cui la vita quotidiana e i grandi cantieri si sovrappongono: la stessa città che inventa soluzioni di fortuna è anche quella che cresce per speculazione. Un autobus rimasto sospeso sul fiume e trasformato spontaneamente in ponte pedonale; un gioco inciso su un blocco di macerie; scale che non portano da nessuna parte e balconi nel vuoto: sono frammenti di un lessico architettonico involontario, nato in una fase storica in cui l’invenzione quotidiana compensava l’assenza di risorse e regole stabili. Ma quella stagione, suggerisce il progetto, è ormai quasi assorbita: il riuso viene normalizzato, la spontaneità diventa formato, l’eccezione si trasforma in standard.

Nei testi che accompagnano le immagini emerge con chiarezza la scelta di spostare lo sguardo dalla storia raccontata alla storia depositata nelle cose. Bellomo definisce il progetto “un tentativo di comprendere un paese attraverso ciò che ha colato, steso, levigato”, e in questa frase c’è il cuore del libro: leggere l’Albania non come un’idea, ma come una superficie reale, stratificata, piena di fratture. Concrete Albania non denuncia e non assolve. Espone. E costringe a riconoscere un’evidenza semplice: il paesaggio costruito non è mai neutro, e ogni colata, prima o poi, finisce per raccontare più di quanto vorrebbe nascondere.

Il volume è stato presentato il 5 febbraio all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano.
Info: fabriziobellomo.altervista.org/ConcreteAlbania; hoepli.it