Il Falsario, diretto da Stefano Lodovichi e già disponibile su Netflix dal 23 gennaio 2026, sboccia come un noir che mette al centro la figura di Toni, interpretato da Pietro Castellitto, aspirante artista con un talento fuori dal comune: riprodurre alla perfezione opere d’arte e documenti, abilità che ben presto lo trascina nei meandri del crimine e della manipolazione storica. Ambientato nella Roma degli anni Settanta, tra piazze, gallerie e bar affollati, il film racconta la parabola di un uomo la cui brama di successo lo conduce verso un mondo dove il confine tra verità e falsificazione diventa sempre più sottile. Liberamente ispirato alla figura reale di Antonio “Toni” Chichiarelli, il lungometraggio intreccia l’ambizione individuale con una città in fermento, in cui arte, politica e criminalità si contaminano.


La sceneggiatura è basata sul libro Il falsario di Stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, e si muove tra il crime movie e il racconto storico, evocando il clima socio-politico degli anni di piombo senza però limitarsi a una semplice ricostruzione documentaria. Toni, insieme ai suoi amici di provincia, un prete e un operaio, rappresenta tre possibili strade di riscatto in un’Italia attraversata da tensioni interiori e contraddizioni. La sua abilità di falsificare non è solo un espediente narrativo, ma un simbolo del rapporto ambiguo tra realtà e apparenza che caratterizza il periodo. Se da un lato il ritmo sostenuto e le ambientazioni evocative rimandano ai classici del genere, dall’altro il film sceglie una rappresentazione più leggera e avventurosa della Storia, privilegiando la seduzione della narrazione rispetto all’analisi profonda dei fatti storici.


A emergere con forza è anche il discorso sul falso: nel film la falsificazione diventa una lente attraverso cui osservare un’intera epoca segnata da verità manipolate, identità fluide e narrazioni ufficiali fragili. Toni non è soltanto un truffatore, ma il prodotto di un sistema che premia l’illusione, l’apparenza e la capacità di adattarsi alle circostanze. Il film parla anche al presente, suggerendo una continuità inquietante tra gli anni di piombo e l’oggi, tra documenti contraffatti e realtà costruite.
Il falsario è una prova attoriale intensa in un quadro di contraddizioni
Centrale nella riuscita del film è la prova di Pietro Castellitto, che costruisce un protagonista magnetico e respingente al tempo stesso, capace di incarnare l’ambiguità morale di un personaggio sospeso tra genialità, opportunismo e autodistruzione. Il suo Toni non cerca giustificazioni: è un uomo che attraversa la Storia restando sempre un passo di lato, sfruttandone le crepe. Attorno a lui, il cast di supporto, da Giulia Michelini, intensa nel ruolo della gallerista Donata, a Andrea Arcangeli e Pierluigi Gigante nei panni degli amici d’infanzia, contribuisce a delineare un microcosmo credibile, fatto di complicità, illusioni e compromessi.
La Roma che fa da sfondo al racconto è più evocata che ricostruita filologicamente: una città notturna, sporca, affascinante, attraversata da un senso costante di instabilità. Se da un lato Il Falsario convince per ritmo, atmosfera e interpretazioni, dall’altro sceglie consapevolmente di non affondare fino in fondo nei nodi politici più oscuri del periodo, preferendo restare ancorato al racconto individuale e al fascino del personaggio. Una scelta che rende il film accessibile e coinvolgente, ma che lascia anche la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata, soprattutto considerando la potenza del materiale storico da cui prende spunto.


