Vincitore del Premio Speciale Inside Art al Talent Prize con Like a Dam (form archive), Giovanni Longo offre un’esplorazione della natura e del tempo, attraverso opere d’arte concettuale, i cui elementi cardini sono il recupero e la catalogazione di materiali trovati lungo le foci dei fiumi calabresi, sua terra natìa. La sua arte non è solo un atto di creazione, è un processo di archivio, selezione e catalogazione di forme e informazioni, per suggerire una narrazione alternativa e poetica, fitta di connessioni fra realtà e immaginazione. Al fruitore, la libertà di scoprire l’origine delle cose e riflettere sulla storia e sulla trasformazione della materia.

Ci racconti dell’opera presentata al TTP? Come è nato l’intero progetto?
Tutto nasce dall’esigenza di archiviare questi materiali lignei raccolti lungo il greto e categorizzarli, per facilitare il loro successivo assemblaggio. Sono soprattutto distinti per forma, analogia e dimensione. Ad esempio, è possibile trovare le “Scapole S”, per via della sagoma triangolare di piccole dimensioni o le “Costole L”, se presentano delle ampie curvature. Man mano che questo magazzino ha assunto una certa importanza, ho pensato che potesse avere una connotazione quasi autonoma, testimonianza dell’intero processo. L’archivio si compone di 54 box di varie dimensioni, ciascuna con la sua etichetta dedicata e inserite in una scaffalatura orizzontale che dà il nome al progetto. Like a Dam (form archive) è una metanarrazione: non ci sono le singole opere ma è come se le contenesse tutte, sia quelle passate che, potenzialmente, quelle future. Uno strumento di lavoro, da esplorare e consultare, che può raccontare al fruitore una storia di resistenza visiva, di cura e dedizione, in dialogo con uno specifico – ed esotico – territorio.
Cosa ti ha spinto a diventare artista?
Sono cresciuto in una famiglia naturalmente incline alle arti e allo sviluppo dell’intelligenza visiva: un padre scultore ceramista e una madre maestra elementare. Di conseguenza il percorso artistico è stato incoraggiato e del tutto naturale per me.

Le tue opere sono frutto di recupero e assemblaggio lungo i corsi d’acqua e le foci dei fiumi nel Mediterraneo, come se per tua mano tornassero a rivivere. Ci parli dei tuoi “scheletri” e della tua fragilità?
Le fiumare sono un tratto distintivo del paesaggio Calabrese, e più in generale delle Regioni Mediterranee. Presentano dei larghi alvei composti da ciottoli in cui si alternano sparuti arbusti o rigogliosa vegetazione. Il loro secco e innocuo aspetto, per la maggior parte dell’anno, si alterna all’impetuosa violenza della piena durante la stagione piovosa, che sradica, trascina, corrompe, tutta la flora presente sul suo cammino. Da oltre vent’anni, intercetto questo ciclo naturale, ponendomi come una diga all’interno di questi torrenti e asportando il materiale ligneo modellato dalla forza dell’acqua. Una volta catalogato per tipologia ogni elemento recuperato diviene parte strutturale all’interno di scheletri completi, o evocati, conservando la forma e le proprietà della materia, in dialogo con lo spazio, il tempo e attuando un’evasione dai luoghi di origine. La fragilità diviene quindi non solo evidente dalla genesi del processo, ma dalla materia utilizzata, dalle composizioni, dai metodi. I miei lavori hanno bisogno di essere accuditi, protetti, direi quasi preservati.
Hai un legame molto profondo con la tua terra d’origine. Cosa significa per te l’identità?
Sì, quando parlo del mio lavoro inizio sempre dalla Calabria, una componente portante del motore concettuale che muove la mia ricerca. Allo stesso tempo credo che questo sia un atteggiamento condiviso da molti artisti, che tendono a nutrirsi innanzitutto di ciò che hanno intorno. Questo è senz’altro parte di un’identità personale, che tuttavia necessita di saper cogliere i segnali lungo il percorso, liberandosi da eventuali gabbie ideologiche. Per me l’identità è sia punto di partenza che ipotetico luogo di arrivo.

Qual è il tuo rapporto con la materia, lo spazio e il tempo?
È un rapporto che stimola le nostre più profonde domande esistenziali, una matrice concettuale, già presente nella materia, che viene ampliata dal mio lavoro di mimesi. Soprattutto nel secondo ciclo, denominato Seamless, la comparazione assume una valenza più evocativa, creando installazioni che mirano all’interazione con gli ambienti circostanti. E allora ecco che componenti lignee affusolate simulano delle code utilizzando delle protrusioni coniche della parete (Threesome, 2020), una spina dorsale è funzionale a curvare e raccordare due parti tubolari che emergono dal suolo (Morph, 2021) o un’asta provvista di costole puntella un muro, affondando in esso, lasciando il dubbio su chi sia il reale sostegno (Collapse, 2022). Sono opere che definirei leggere, sostenute da ciò che si ritrovano intorno alla conquista di un baricentro stabile, non solo fisico ma anche estetico e, persino, ideale.
In un mondo che sta scivolando dalle nostre mani, sempre più incollate sui nostri dispositivi, tu esprimi un sentimento analogico quasi opposto, in cui affiora in modo marcato il concetto di pazienza, attesa, custodia, cura, memoria. Qual è la tua definizione per tutti questi sostantivi, che messaggio ti trasmette l’atto di creazione e catalogazione?
È un mondo che fa fatica a rallentare. Anzi rallentare a volte viene visto come una debolezza, come qualcosa che ci rende incapaci a reggere il nostro tempo. Catalogare è per me un modo per ampliare l’analisi su un singolo aspetto, provando a scendere nelle sue profondità, evitando di scivolare via sulla sua superficie. Questo può valere per un’informazione, un’immagine o un semplice pezzo di legno che verrà altrimenti consumato. Come detto, può essere un salvataggio o un atto di evasione, di natura quasi biografica. Ma sono concetti universali che condivido con il fruitore, chiamato a interrogarsi sull’origine delle cose che osserva.


Che immagine vorresti lasciare del nostro tempo?
Non penso di avere l’ambizione di lasciare un’immagine definita, la mia visione può divenire un esempio da analizzare ed eventualmente approfondire. Quando a diciannove anni iniziai la serieFragile Skeletons non avevo piena consapevolezza di cosa stessi facendo. Sentivo che quel materiale ligneo, il recupero, il parallelo anatomico, avessero ciascuno una valenza intrinseca e che, uniti insieme, potessero raccontare qualcosa del contesto periferico e precario che vivevo. Ma la mia pratica è anche figlia di stratificate sperimentazioni. Penso ai progetti realizzati in linguaggio JAVA a partire dal 2011 culminati con l’opera Italian Dream (2016), un’applicazione web capace di generare un’intima e randomica chat tra due entità, in cui i desideri si rincorrono senza mai concretizzarsi. O il progetto di residenza Museum Not Found (2017), realizzato a Parigi dematerializzando parte della collezione del Musée du Louvre in scarabocchi e campiture di colore. Sono esperienze che hanno progressivamente rafforzato in me un distacco dall’opera come oggetto concluso, orientando la mia attenzione al processo e alimentando un interesse per l’archiviazione, intesa come pratica di salvataggio per un possibile scopo futuro.
Dalla Calabria alla Città Eterna. Qual è il tuo rapporto con Roma?
Dopo alcune brevi esperienze all’estero, nel 2018 mi sono trasferito a Roma per trovare nuovi stimoli e facilitare il mio raggio d’azione, difatti veicolare le opere dalla Calabria era diventato poco efficiente. Ho trovato una città millenaria che contiene ogni cosa e il suo contrario. Ho capito che per viverci avrei dovuto lasciarmi andare senza opporre resistenza, farmi assorbire. Oggi Roma è la mia casa e il mio studio nel quartiere Tiburtino, ma sono consapevole che il luogo del futuro potrebbe essere altrove.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Al momento la produzione è il mio focus principale. Sto lavorando a un’installazione di grandi dimensioni che non ha ancora un luogo specifico dove mostrarsi. Contestualmente sto completando un progetto per una personale che vedrà la luce nel 2026 in uno spazio della capitale.

LIKE A DAM (FORM ARCHIVE)
Per il Talent Prize 2025, il Premio Speciale Inside Art è stato assegnato a Giovanni Longo, con l’opera Like a Dam (form archive). Like a Dam (form archive) è un progetto che esplora il recupero e la trasformazione di materiali naturali. L’artista interviene sul flusso della materia trasportata dai fiumi, agendo come una diga che devia e raccoglie arbusti e rami. Questi elementi, privati del loro contesto originario, vengono portati in un nuovo luogo, come uno spazio espositivo, dove il processo artistico si completa. Il cuore del progetto è un archivio di materiali lignei, catalogati per la loro somiglianza visiva e morfologica. Non si tratta di una semplice esposizione, ma di un laboratorio in continuo divenire, che rende visibile l’intero percorso creativo, dalla raccolta alla catalogazione. L’opera è una narrazione sulla cura, sulla dedizione e sull’ossessione per il dettaglio, dove ogni singolo frammento, attraverso un’etichetta, acquista un nuovo significato, offrendo una forma di silenziosa resistenza alla contemporaneità artificiale.

1985
Nasce a Locri, in Calabria.
2011
Espone al Padiglione Italia/Accademie alla 54a Biennale di Venezia.
2012
Partecipa alla residenza Eurasia Wings nel distretto creativo M50 di Shanghai
2016
Presenta la sua prima personale istituzionale al MARCA, Museo delle Arti di Catanzaro.
2022
Vince il Premio Internazionale YICCA 21/22 con Short Story (calf)


