Al centro della notte di Capodanno organizzata da Donald Trump al Mar-a-Lago Club di Palm Beach non c’è stato soltanto il consueto dispiegamento di lusso e presenze eccellenti, ma un’opera d’arte concepita e prodotta come evento. Un grande ritratto di Gesù Cristo, realizzato dal vivo dall’artista Vanessa Horabuena, ha assunto il ruolo di fulcro simbolico e materiale della serata, con tanto di vendita stellare.

L’opera è stata realizzata su una tela nera collocata al centro del palco, sotto lo sguardo di un pubblico selezionato, mentre una band eseguiva una versione rallentata e solenne di Hallelujah. L’intero apparato – luci, musica, tempo reale – ha trasformato l’atto pittorico in una parodia di ritualità, una liturgia laica priva di ambiguità o rischio, dove l’emozione finisce per essere programmata. Trump ha presentato Horabuena definendola «una delle più grandi artiste del mondo», attribuendo all’opera una legittimazione immediata, non tanto critica quanto carismatica. In questo contesto, l’autorità simbolica del committente e anfitrione ha funzionato come dispositivo di certificazione, sostituendo i tradizionali circuiti dell’arte – museo, galleria, critica – con una scena privata ad alta intensità mediatica.
La vendita, lungi dall’essere una conseguenza, è stata il vero obiettivo dell’operazione. Trump ha aperto l’asta con un’offerta di 100mila dollari, accompagnandola da una battuta sulla destinazione di metà dei proventi al St. Jude Children’s Hospital e all’ufficio dello sceriffo locale. La beneficenza, esibita e strumentalizzata, ha funzionato come foglia morale, mentre il pubblico veniva chiamato a partecipare a una gara che ha trasformato l’opera in puro feticcio economico.
L’aggiudicazione finale di 2,75 milioni di dollari a una figura anonima, descritta come una «donna in cilindro», non racconta il successo di un’opera, ma l’efficacia di un contesto chiuso e autoreferenziale. Produzione dal vivo, soggetto cristologico universalmente riconoscibile e regia presidenziale hanno costruito un prezzo che non misura qualità, complessità o necessità dell’opera, ma la capacità dell’evento di convertire visibilità in capitale.



