Interrogare l’arte nel suo perimetro è un modo per uscirne

L'intervista a Jimmy Milani, finalista al Talent Prize 2025 con l'opera Scarabocchio (aspettative rosee-fifa blue)

Finalista del Talent Prize 2025 con Scarabocchio (Aspettative Rosee-Fifa Blue), Jimmy Milani indaga i confini, ammesso che esistano, “della” e “nella” pittura utilizzando le lenti della storia dell’arte alla ricerca di soluzioni formali nuove e inaspettate. «Credo – racconta l’artista – che il fulcro dell’opera non sia mai isolato all’interno della sola superficie dipinta». Per Milani, l’opera difatti è l’insieme degli elementi che la rendono possibile. «Perché tralasciare lo scheletro che la sorregge, la cornice, il bordo del telaio, o perfino la parete sulla quale sta il chiodo che lo tiene in posizione? – si domanda – Perché ignorare l’ombra che quel corpo proietta nello spazio? Perché non pensare all’interazione silenziosa che l’opera intrattiene con la luce? Questo è parte del mio modo di pensare un lavoro. E in fondo, è lì che inizia il gioco».

Osservando i tuoi lavori si ha immediatamente l’impressione di trovarsi in un asse di visione decentrato, in un luogo che premia tutto ciò che “non è” opera d’arte in senso stretto, un lavoro “fuori” dal perimetro, sul prolungamento dell’opera nel reale. Come nasce questo approccio?
Il mio operare, pur seguendo talvolta alcune “ricette progettuali”, non ha regole fisse: alcune idee hanno bisogno di concentrarsi nei perimetri, altre hanno bisogno di confrontarsi con il mondo che le circonda. Detto questo, non nego di avere un’attenzione verso ciò che accade ai margini, nei limiti, tra le frizioni, in quei luoghi in cui l’opera, a volte, smette di dichiararsi come tale e si confonde con il reale. Non è un abbandono della pittura o del quadro, anzi, è un modo per interrogare continuamente ciò che compone l’immagine, anche nelle sue parti considerate “accessorie”. 

Pur ancorato nella pittura, il contatto con lo spettatore viene ricucito da alcune accortezze tecniche: il lavoro sulla cornice, che diventa parte del soggetto, l’utilizzo di sovrastrutture che muovono l’opera in una direzione installativa. Come attui questo sfondamento?
Nel mio lavoro l’idea di “sfondamento” non è mai un gesto tecnico eclatante o spettacolare, è piuttosto un processo fatto di piccoli slittamenti interni alla pittura stessa. Non ho mai voluto forzare la pittura fuori da sé, piuttosto ho cercato di farla interagire o permeare dal mondo esterno. Studiandola e confrontandomi con le possibilità del medium, mi sono trovato a interrogarla sui suoi stessi limiti (ammesso che esistano) fino a farli collassare naturalmente, dando una risposta parziale e imprecisa. In fondo, il mio sforzo è sempre quello di apportare qualcosa in più. So che è una velleità, ma attraverso il mio contributo spero si possa compiere un piccolo passo ulteriore nel modo di fare e fruire la pittura. Brutalmente direi che si tratta di “cercare di andare ancora avanti perché le possibilità ci sono”. Mi rattrista osservare una cristallizzazione dell’arte, non so se dovuta a bisogni odierni di certezze o ad un legame del mercato ad un certo modo di dipingere, ad un approccio conservatore che la pittura mantiene nel suo DNA. In tal senso, ogni elemento tecnico che adotto – dall’utilizzo di un certo tipo di cornice, all’impiego di strutture che estendono il quadro nello spazio, la scelta degli accostamenti cromatici o, a volte, la decisione di non dipingere proprio – nasce sempre da un’urgenza interna all’opera, mai da una volontà esterna di installazione.

Allora, prima di “uscire” dall’opera c’è comunque un soggetto pittorico forte nel tuo lavoro, un riflesso incondizionato della tua formazione. Vedi, ad esempio, la selezione dei soggetti, che aderiscono formalmente a una storia dell’arte della quale muti i codici in direzione di una nuova espressività. Mi viene in mente la programmaticità dell’Espressionismo astratto, l’Art brut, alcune esperienze sul segno infantile o sull’utilizzo di media non-canonici come la Biro. Quanto ti senti saldato a una tradizione pittorica e quanto invece il tuo lavoro ne prende le distanze?
Ti direi che il mio lavoro è saldamente legato alla tradizione pittorica ma non nel senso di una continuità lineare o celebrativa. Si tratta di un legame più critico, quasi dialettico. La pittura è il mio campo d’azione, il mio linguaggio primario, la mia passione ma è anche una struttura che sento di dover mettere costantemente alla prova. Venendo da una formazione accademica è inevitabile che certi soggetti – nature morte, paesaggi, prospettive e composizioni più classiche – ritornino come punto di partenza. Non li assumo, però, mai come contenuti “chiusi”, sono più pretesti visivi, strutture su cui intervenire, aprire, deformare, far emergere qualcosa che appartiene meno alla rappresentazione e più all’atto stesso del dipingere. In questo senso, sì, è vero: ci sono echi che possono rimandare all’Espressionismo astratto – penso al concetto di perimetro, di dimensione, di superficie attiva, di immagine che non si esaurisce nei suoi contorni – ma nel mio caso la tensione non è tanto verso il “gesto eroico” o la sublimazione del soggetto, quanto verso una condizione fragile e sbilanciata. Allo stesso tempo, mi riconosco in certe pratiche che hanno guardato alla pittura in modo meno ortodosso: l’Art Brut, certo, ma anche l’approccio al medium di alcuni dei principali futuristi, tra i quali Balla e Depero; penso a Boetti o altri artisti che hanno lavorato con elementi considerati marginali, come la biro, il filo, il segno infantile o ripetitivo. Penso ad un approccio più analitico e filologico tipo Paolini ma anche a Salvo, Mondino, Pozzati. Mi interessa molto questa idea di pittura come campo esteso, dove tutto può contribuire all’immagine: il bordo, l’errore, l’ombra, l’elemento seriale, l’intervento minimo, perfino il non dipingere. Quindi, sì, sono dentro la tradizione, ma a modo mio. È come se la usassi per aprire dei varchi, per spostare l’attenzione da ciò che la pittura ha già detto verso ciò che ancora può dire, anche nei fallimenti e nelle esitazioni. Non si tratta di prendere le distanze in modo polemico ma di provare a spostare il fuoco. Fare un passo di lato, senza uscire dal quadro.

Il rischio dello sconfinamento, però, è la deriva. Allora in che direzione va questo flusso? Dove vedi il tuo lavoro di qui a dieci anni?
Non voglio dire niente di nuovo. Credo che la cosa più importante sia continuare a lavorare bene, senza troppa ansia di fallire, con l’obiettivo di fare sempre meglio. L’unica cosa che conta, ora come in futuro, è e sarà l’opera in sé. Spero che il “sistema dell’arte”, figlio contrastante del più profondo “mondo dell’arte”, si fidi del mio modo genuino di lavorare e continui a farmi dire la mia. Poi, da qui a dieci anni, ti rispondo con un modo di dire: spero di lasciare il segno.

SCARABOCCHIO (ASPETTATIVE ROSEE-FIFA BLUE)
Scarabocchio (aspettative rosee-fifa blue) del 2023, è un’imponente natura morta capace di interrogare l’ambiguità tra bidimensionalità e tridimensionalità. Ciò che a prima vista appare come un disegno spontaneo a tratti blu e rossi su un foglio a quadretti, si rivela in realtà una tela meticolosamente dipinta. L’artista, che sembra riscoprire il gesto infantile dell’uso simultaneo di due pennarelli, ricrea con precisione macchie, cancellature e segni tipici dello scarabocchio, elevando il gesto immediato a una simulazione pittorica controllata. La meticolosa riproduzione dell’intuitività è accentuata dall’inserimento della tela in una gigantesca busta in PVC, fedele replica delle custodie per raccoglitori ad anelli. La presenza scenica dell’opera, che trasforma un piccolo “scarabocchio” in una monumentale installazione, genera uno spaesamento che culmina nello stupore per l’ingegnosa manipolazione della percezione e del confine tra spontaneità e riproduzione.


1995
Nasce a Savigliano (CN)

2019
Laureatosi in Arti Visive indirizzo Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, partecipa a diverse mostre collettive, fra cui Passion for the Path of Art presso la Galleria Cardi di Milano ed è nella triplice personale NOI X SEMPRE di Yellow a Varese. Un percorso che si svilupperà anche l’anno successivo con In the spirit of being with alla Cripta747 di Torino e al Degree show di Palazzo Monti a Brescia.

2021
Finalista del Premio Combact, è protagonista a Milano delle collettive ENTRA~ACTE da Renata Fabbri, The Wall Project No. 10 da Art Noble e Primary Domain da Ordet, seguite l’anno successivo da How Far Should We Go?, NOI X SEMPRE alla Fondazione ICA e in Esco da qui presso Studiolo.

2023
Partecipa, per la seconda volta dopo il 2019, alla residenza della Fondazione Lac o le Mon a San Cesario (LE) Simposio di pittura curata da Luigi Presicce, che ritroverà anche in Affascinante al Museo Civico Luigi Varoli di Cotignola (RA), curata insieme a Giole Melandi. Dello stesso anno sono le partecipazioni a Studiolo e Rufa al Pastificio Cerere di Roma, I like it. What is it? Presso l’Albert Contemporary di Odense in Danimarca e Flatlandia presso Art Noble a Milano.

2024
Protagonista della mostra personale At the end, it was just a speck of dust, trying to affirm its existence all’Osservatorio Futura di Torino, è presente in numerose collettive fra cui TAFT GALLERY. Pericolosamente insieme alla Galleria Secci di Pietrasanta curate da Chiara Alice Guidi, DRAWINGSSSSSSS da Studiolo a Milano ed EFFIMERA al Foro Italico di Roma, curata da Giorgio Galotti. Esperienze che lo portano all’attuale partecipazione all’InsideArt Talent Prize e al Premio Cairo del 2025.