Dalla modellazione 3D alla cianotipia, dalle installazioni agli interventi video, Matteo Pizzolante indaga il rapporto tra ricordo personale e narrazione collettiva, tra spazio fisico e dimensione simbolica. Luce, tempo e luoghi diventano dispositivi poetici e critici, capaci di dare forma all’invisibile e di trasformare esperienze intime in racconti universali. È su questa linea che si colloca Ritratto e ritiro, finalista del Talent Prize, dove la ricostruzione digitale di uno spazio privato diventa chiave per esplorare identità, isolamento e rappresentazione del corpo.

Come nasce l’interesse per la modellazione 3D e le immagini digitali come strumenti narrativi?
Nasce dal desiderio di dare forma a ciò che non è più visibile o che forse non è mai stato visto davvero. I processi di modellazione e animazione digitale 3D mettono insieme diversi linguaggi tradizionali delle arti visive: scultura, fotografia, scenografia e produzione video. La fase di modellazione è scultorea, il rendering richiama la fotografia, la costruzione degli spazi la scenografia. Questo lavoro mi consente di seguire l’intero processo di produzione dell’immagine. È un processo quasi ossessivo, nevrotico: ogni elemento deve essere cercato, verificato, incastrato, come in un’indagine visiva.
Come scegli quali segni o imperfezioni inserire nelle tue opere o quali ricordi o storie trasformare in immagini e installazioni?
La cianotipia mi interessa per la flessibilità e il dialogo con il 3D, perché questa commistione mi dà la possibilità di lavorare sul corpo dell’immagine digitale. Per quanto riguarda la scelta dei soggetti, il mio percorso è partito da una dimensione autobiografica. Questa direzione iniziale porta con sé implicazioni teoriche importanti: raccontare di sé significa confrontarsi con i limiti e le ambiguità della memoria, ma anche con interrogativi etici. Col tempo il mio lavoro si è ampliato verso ricostruzioni e memorie collettive, fino a includere fatti di cronaca. In questo caso gli interrogativi etici riguardano la possibilità di restituire una complessità senza cadere nella semplificazione, si intrecciano con le discussioni contemporanee sul carattere post-truth della nostra epoca, sulle nozioni di “fatti alternativi” e desiderano svelare criticamente lo sguardo voyeuristico e violento con cui i racconti mediatici penetrano nella vita privata dei soggetti coinvolti in una storia. In entrambi i casi – che si tratti di ricordi personali o di storie collettive – la scelta dei soggetti nasce dal loro potenziale di risuonare oltre il dato individuale.

Quanto la tua formazione in ingegneria e architettura influenza le installazioni?
La mia formazione in ingegneria e architettura ha avuto un impatto profondo sul mio modo di pensare lo spazio, sia dal punto di vista tecnico che concettuale. In particolare, mi ha fornito strumenti di rappresentazione e progettazione che normalmente appartengono a quei campi, come software CAD e BIM, che utilizzo per visualizzare e articolare lo spazio espositivo. Inoltre, mi ha portato a impiegare materiali non convenzionali per la scultura, come cartongesso, laminati per pavimenti o elementi costruttivi che provengono direttamente dal mondo dell’edilizia. Nella gestione dello spazio all’interno delle installazioni, è la mia formazione scultorea a essere determinante: è lì che si definisce il rapporto tra corpo, spazio e percezione.
Molti tuoi lavori prendono spunto da ricordi familiari o eventi reali. Come bilanci realtà, interpretazione personale e astrazione artistica?
Questa domanda è diventata cruciale nella mia ricerca. Ogni volta i rapporti di forza tra la realtà dei fatti, la mia interpretazione personale e un certo grado di astrazione artistica cambiano, così come cambiano anche le strutture narrative che scelgo per fluttuare tra questi poli. Trovo molto utile sempre in questo senso il pensiero di Paul Ricœur, in particolare in “Tempo e racconto”, dove riflette su come la narrazione plasmi il tempo e ci permetta di dare forma e senso all’esperienza. La letteratura mi viene spesso in soccorso: mi piace leggere testi tra loro agli antipodi, perché mi aiutano a esplorare diversi modi di raccontare e percepire il tempo.


La tua ricerca esplora anche fragilità sociali e identità, come nel progetto Ritratto e ritiro. Che ruolo hanno le storie individuali nella tua pratica?
Le storie individuali sono spesso il punto di partenza della mia pratica, anche quando si trasformano in narrazioni fittizie o ipotetiche. In Ritratto e ritiro, ho preso spunto da un caso reale vicino alla mia sfera familiare, legato al fenomeno degli Hikikomori, per costruire una biografia immaginaria. La protagonista, Maria, vive da quasi quattro anni rinchiusa nella propria stanza per scelta. Ho ricostruito digitalmente questo spazio attraverso un software di modellazione 3D, trasformando mobili e oggetti quotidiani in elementi narrativi capaci di raccontare qualcosa di lei. La storia individuale diventa così una lente attraverso cui osservare dinamiche più ampie: il rapporto tra identità e società, la costruzione del sé nel passaggio tra adolescenza ed età adulta, il valore attribuito al corpo e alla sua rappresentazione. Anche quando la narrazione si distacca dal dato reale, conserva una tensione verso il vissuto, verso ciò che è fragile, non detto, o difficile da esprimere.
Il concetto di coincidenza e relazione tra passato e presente emerge in opere come Hotel Aurora. Quanto conta per te la dimensione simbolica dei luoghi?
Hotel Aurora è un progetto nel quale approfondisco una vicenda familiare legata a un albergo appartenuto a mio nonno, abbandonato dai primi anni Novanta. A partire da testimonianze raccolte tra i parenti, ho ricostruito digitalmente l’edificio utilizzando un software di modellazione 3D. Le immagini generate sono state poi stampate in cianotipia su alcune porte, che ho integrato in un’installazione ambientale composta anche da oggetti scultorei. Il progetto ha assunto diverse forme e si è evoluto ulteriormente con la scoperta di un altro Hotel Aurora a Milano, dove ho trascorso una notte trasformando la stanza in uno studio temporaneo. In questo processo, la dimensione simbolica dei luoghi è fondamentale. L’albergo diventa un punto di partenza per esplorare il rapporto tra ricordo e rappresentazione.

Nei tuoi video e nelle tue proiezioni, la luce e lo spazio giocano un ruolo centrale. Come descriveresti la tua “luce mediterranea” e il senso dilatato del tempo che cerchi di trasmettere?La luce mediterranea nei miei lavori non è mai solo un elemento tecnico o estetico: è una presenza viva, quasi tattile. Nei primi lavori, in particolare nella serieSilent Sun, dove il focus era più autobiografico, la luce aveva un ruolo esplicito, centrale, quasi narrante. Col tempo, la sua presenza si è fatta meno evidente, ma è rimasta come una sensazione profonda. Il senso dilatato del tempo lo ritrovo inoltre ogni volta che torno in Puglia, dove risiedo vicino a Patù. Lì, sulla strada che porta a Vereto, c’è un’aia affiancata da una piccola struttura in pietra, probabilmente un ricovero per galline, di forma tronco-conica e sormontata da una sfera. È un luogo di lavoro, ma potrebbe essere anche uno spazio rituale. Potrebbe essere ottocentesco, oppure molto più antico. Questa ambiguità temporale mi affascina profondamente.
RITRATTO E RITIRO
Che cosa racconta il corpo quando si sottrae o quando si espone oltre misura? È la domanda a cui prova a rispondere Ritratto e ritiro di Matteo Pizzolante, progetto ispirato al fenomeno degli Hikikomori e finalista a The Talent Prize 2025. L’opera mette in relazione due corpi opposti: quello ritirato di Maria, giovane in isolamento da anni, e quello iper-esposto del campione NBA Victor Wembanyama. «Il confronto tra Maria e Victor nasce da una riflessione sul corpo come spazio di possibilità e di limite – spiega l’artista – Maria incarna un corpo ritirato, invisibile, che sceglie di sottrarsi allo sguardo sociale, mentre Victor, che rappresenta un “Unicorn” nel mondo del basket, capace di sovvertire le regole del gioco grazie a caratteristiche fuori dal comune, diventa il contraltare ideale alla condizione di Maria». Pizzolante trasforma oggetti quotidiani in elementi narrativi e dal contrasto nasce una riflessione sui limiti e le possibilità del corpo, e su come polarità così distanti possano ridefinire ruoli, spazi e relazioni. «Mi interessa interrogarmi su cosa può fare il corpo, su quali siano i suoi confini e le sue potenzialità, e su come queste dicotomie possano dialogare. Esiste una correlazione possibile tra due polarità così distanti? Possono entrambe, in modi diversi, sovvertire le relazioni e ridefinire il proprio spazio nel mondo?».

1989
Nasce a Tricase (Lecce)
2017
Consegue una laurea in Arti Visive, Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano
2019
Partecipa alla residenza BoCs Art a Cosenza, a cura di Giacinto Di Pietrantonio
2023
Personale Sapeva le forme delle nubi al Kora – Contemporary Arts Center, Castrignano de’ Greci (Lecce)
2025
Partecipa a Imaginarium – La nuova fotografia nell’era digitale e dell’intelligenza artificiale alla Stadtgalerie Brixen


