Una dimora settecentesca, una banca, poi più nulla. A Castelfranco Veneto, Palazzo Soranzo Novello sceglie ora di rinascere con l’arte: la sua storia stratificata appare la prima suggestione da cui prende forma PORTOFRANCO, la collettiva che attraverso le opere di ventitre artisti tra emergenti e affermati – da Maurizio Cattelan a Silvia Negrini, fino a Vincenzo Agnetti e Thomas Braida – intende reinterpretarne e riattivarne gli spazi. In corso fino al 14 febbraio 2026 con un ampio public program correlato, la rassegna invita la comunità a riabitare il Palazzo: saldo dunque il suo proposito di rappresentare propriamente una vera e propria iniziativa di rigenerazione urbana. A raccontarci il concept e i dettagli dell’esposizione è la sua curatrice, Rossella Farinotti.

La mostra si intitola PORTOFRANCO. Perché?
Castelfranco Veneto è un luogo che ha origini medievali e il suo nome, da subito, ha incluso il termine “franco” per i suoi abitanti. Una volta dentro alle sue mura, si era liberi. Pertanto, per il progetto di mostra, abbiamo deciso di riprendere quel termine creando una sola parola per indicare che Palazzo Soranzo Novello sarà proprio un porto franco: un luogo libero, senza restrizioni e senza confini, un luogo per tutti.
Qual è stato il processo che ha portato alla riscoperta di Palazzo Soranzo Novello?
Più di due anni fa sono stata invitata dall’amministrazione pubblica, in particolare dall’Assessora alla Cultura Roberta Garbuio, a fare un sopralluogo a Palazzo. Un luogo storico per la città, un palazzo che custodisce delle narrazioni delicate, per chiedermi di pensare a un progetto d’arte contemporanea. Negli ultimi anni, insieme a Eleonora Santin, abbiamo lavorato sulla riattivazione di luoghi da far scoprire attraverso gli artisti contemporanei, sempre con una certa linea. Il Palazzo aveva già ospitato un progetto di mostra al piano terreno, curato da Lisa Rebellato, che è parte fondamentale di questa avventura, e l’artista Daniele Costa, che per quella occasione realizzò un film speciale che metteremo in mostra.

Marchi, courtesy Comune di Castelfranco Veneto e Museo Casa del Giorgione

Marchi, courtesy Comune di Castelfranco Veneto e Museo Casa del Giorgione
Altrove hai sottolineato come la “suggestione” sia uno dei concetti chiave per affrontare la mostra. È stata quest’idea a fungere da criterio nella scelta degli artisti?
Suggestione è un termine utile per capire in che modo siamo andati a lavorare con le artiste e gli artisti. Tutte le opere che verranno allestite, lasciando come protagonista lo spazio e le sue criticità, sono state pensate nei mesi appositamente per restituire delle immagini, delle riflessioni, delle “suggestioni”, appunti che ognuno potrà interpretare a suo modo. Le immagino come delle tracce che, in quel determinato luogo e posizione, possono suggerire pensieri diversi.
Come si esprime nell’esposizione il tema del doppio?
Le prime immagini che mi vengono in mente sono, per esempio, quelle delle opere di Maurizio Cattelan. Questo tema, a Palazzo Soranzo Novello, è quasi immediato, naturale: nel Settecento furono uniti due palazzi, diventando un’unica realtà. L’elemento direzionale della struttura, e della mostra, è la scala che si incrocia al suo interno, che parte da un lato e termina da un altro, unificando dunque due entità. Queste due identità hanno, oltretutto, due stili e atmosfere diverse, una legata all’estetica della banca che ha lasciato un respiro anni Settanta, e l’altra, invece, settecentesca, con stucchi, pavimenti veneziani, soffitti a cassettoni, lampadari in vetro.

PORTOFRANCO è una tappa verso il futuro Museo Civico di Castelfranco Veneto. Ma cosa ne fa della storia?
PORTOFRANCO vuole riaprire il Palazzo e invitare il pubblico a entrare. Chi verrà da fuori lo vedrà per la prima volta, chi in quella città vive lo riguarderà con altri occhi. Lo vedrà smembrato, ma attivato da opere educate, raffinate, elaborate da artisti di ogni generazione con diversi media: dal video alla scultura, dalla pittura all’installazione. Ogni luogo è lasciato così com’era con educazione e rispetto, per mostrare che attraverso pochi gesti si possono creare immaginari diversi e dare una nuova vita alle cose. La memoria del luogo rimarrà, ma con nuovi obiettivi che, pian piano, la faranno cambiare.
In cosa consistono i progetti speciali della mostra?
I progetti speciali variano da installazioni di artisti che si sono posti in dialogo con lo spazio con sperimentazioni nuove per la loro pratica artistica – come il fotografo Alberto Zanetti – a progetti invitati a interagire direttamente con il pubblico, come Thyself Agency; da installazioni che escono dal Palazzo – come Alice Ronchi a Casa Museo del Giorgione – a performance come quella dei VENERDISABATO.

La rigenerazione urbana è un argomento di dibattito molto vivace. Alla luce di questa esperienza, quali sono secondo lei le peculiarità di una riattivazione del territorio che passa attraverso l’arte?
Gli aspetti di riattivazione e rigenerazione urbana – ma anche turistica e culturale naturalmente – legati all’arte contemporanea sono diversi. In Italia non è certo una novità creare progetti culturali per riattivare un territorio, spesso di nicchia. Basti pensare alle politiche culturali e performative degli anni Sessanta e Settanta. A realtà straordinarie come il Festival Santarcangelo o luoghi come Centrale Fies. L’arte non deve essere per forza un fine, ma spesso è un mezzo – attivo, sofisticato, ma per questo più a lungo termine – per far conoscere realtà e, soprattutto, farle vivere e rivivere. Da tre anni dirigo il progetto di Cremona – Contemporanea che, sia a livello di conoscenza della città che di numero di visitatori, ha avuto un grande successo, proprio grazie alla cura e al rapporto tra città, cittadini e artisti. Gli artisti contemporanei, se invitati a lavorare in un posto dopo averlo letto, studiato, magari anche vissuto, portano sempre qualcosa di positivo alla comunità.



