Tra peluche trasparenti e architetture ostili, l’infanzia diventa spazio di incontro, memoria e dialogo

L'intervista a Meletios Meletiou, finalista al Talent Prize 2025 con l'opera The Companion n.4

Meletios Meletiou ha fatto del rapporto tra barriere, architettura ostile e memoria collettiva il fulcro della sua ricerca artistica. La sua pratica mette in tensione elementi infantili e giocosi con materiali duri e respingenti rielaborando esperienze personali legate al trauma della divisione cipriota e al contatto diretto con i campi profughi di Lesbo. La sua arte diventa un dispositivo per riflettere su confini, identità e possibilità di incontro. Tra i suoi progetti più recenti, The Companion n.4, presentato nel 2024 a Parma all’interno della personale Sinodós.


The Companion n.4 riproduce la sagoma di un peluche trasparente e sospeso. Cosa ti ha spinto a lavorare proprio su questo oggetto così legato all’infanzia?
È il quarto di una serie di otto peluche a cui ero affezionato da bambino. Ho voluto ricrearli in grandezza umana, renderli trasparenti e colorarli con le tinte originarie. The Companion n.4 è l’unico della serie ad essere completamente vuoto: quel vuoto non è assenza ma possibilità narrativa, uno spazio che rimanda a storie che forse non conosceremo mai. Il peluche richiama l’infanzia, che per me è diventata un concetto centrale dopo l’esperienza a Lesbo nel 2016, dove ho lavorato con i rifugiati. Essendo cipriota, ho sempre vissuto l’eco del trauma dell’invasione turca del 1974: quel viaggio è stato il mio punto zero, un modo per rivivere ciò che avevo solo sentito raccontare.
Nei tuoi lavori ritorna spesso il legame con l’infanzia e il gioco. In che modo diventano strumenti per affrontare temi complessi come barriere e confini?
L’infanzia è la chiave per azzerare gli ostacoli. Il gioco ti permette di incontrare l’altro senza nemmeno parlare: in quella dimensione siamo tutti uguali, al punto zero. Poi le strade si dividono e iniziano i conflitti. Per me è stato un tabù affrontare certi temi, ma attraverso il gioco ho trovato il coraggio di parlare della mia identità e delle barriere che ci segnano.

Nelle tue installazioni la leggerezza ludica si accompagna a una tensione perturbante. Perché ti interessa questo contrasto?
Nel mio lavoro c’è sempre un bipolarismo. Uso materiali morbidi come la spugna, che diventano duri con il cemento. Non voglio documentare una tragedia, ma trasformarla. Pattern aggressivi e respingenti, presi dall’architettura ostile, si convertono in dinamiche infantili, come nei “giochi senza frontiere”. L’aggressività urbana viene così riletta in chiave diversa, rivelando come la nostra società cerchi di mascherare i problemi invece di affrontarli.
Da anni studi infatti l’architettura ostile, trasformandola in installazioni. A cosa ti ha portato questa indagine?
Sto lavorando a una vera e propria decodificazione. Scavo nella storia per capire da dove nascono certi pattern, come cambiano significato nel tempo e come la stessa estetica possa assumere valori diversi in epoche differenti. Questo arricchisce me e il mio lavoro: lo stesso linguaggio si ripete, ma sempre con nuove implicazioni.
Quindi è importante che le persone diventino parte attiva delle tue opere?
Moltissimo. Ogni mostra crea una condizione specifica: a volte i visitatori devono muoversi con cautela, altre possono toccare o interagire. In Buffer Zone si entrava in un percorso di allerta, mentre in Playground a Cipro si giocava davvero. Questo coinvolgimento lascia un’esperienza che si riattiva anche fuori dalla mostra, quando ci si confronta con gli elementi della città.


In che modo la tua identità cipriota e la presenza del muro che divide l’isola hanno influenzato la tua visione dell’arte e della società?
La storia di Cipro è segnata da conflitti e memorie opposte. Per anni non potevamo attraversare il confine: io ho visto l’altra parte solo a 25 anni ed è stato un momento cruciale. Ho capito che anche lì c’erano rifugiati, storie parallele, persone che parlavano il mio stesso dialetto. Per me è stato come incontrare una sorella mai conosciuta. Questa esperienza ha rafforzato la mia convinzione che l’arte possa aiutare a guardare il mondo con occhi diversi e a desiderare di conoscere l’altro, anche se a volte viene dipinto come nemico.
Quale pensi debba essere oggi il ruolo dell’artista di fronte a barriere e conflitti?
Non credo che l’arte possa cambiare il mondo, ma può aumentare la consapevolezza. Non parlo solo come artista ma come essere umano. L’arte non dà soluzioni politiche, ma offre esperienze, emozioni e strumenti per comprendere. La sua forza sta nella possibilità di spostare il nostro modo di vedere.
Hai detto di voler parlare non solo come artista, ma come uomo nella società. Cosa significa per te questa distinzione?
Non mi interessa il protagonismo dell’artista. Non porto una bandiera per dire “seguitemi perché sono un artista”. Preferisco parlare come uomo che riflette sul mondo: se poi questo si riflette nell’arte, tanto meglio. È così che il lavoro può avere un effetto reale sulle persone.

THE COMPANION N.4

The Companion n.4 è una figura sospesa e trasparente che riproduce un peluche a grandezza umana, svelandone l’interno vuoto. Realizzata in PVC termoformato, l’opera sottrae al peluche la consueta funzione di protezione e tenerezza, invitando a guardare dentro come se custodisse una storia mai narrata. La sua estetica infantile diventa superficie di proiezione, esplorando il confine tra intimo e pubblico, affetto e distanza. Trasparente e sospesa in una luce rosa, l’opera si moltiplica, riflette e si trasforma, evocando memoria, sogno e gioco. Il vuoto interno non è assenza, ma potenzialità narrativa: un fragile monumento a ciò che rimane invisibile nei meccanismi della rappresentazione, tra compagno immaginario e oggetto fantasma.


Meletios Meletiou

1989
Nasce a Lemesos, Cipro
2016
Avvia il progetto Imaginary Friends articolato in workshop e laboratori rivolti ai migranti svolti
tra Lesbo e Atene
2022
Presenta la personale Buffer Zone a cura di Gaia Bobò alla Fondazione Pastificio Cerere – Spazio Molini e in questa occasione pubblica con VIAINDUSTRIAE il libro d’artista Epidermis
2023
Personale Playground a cura di Panos Giannikopoulos alla Eins Gallery a Cipro
2024
Personale Sinodós curata da Ilaria Monti da Spazio Display a Parma