“Non ricostruiamo Notre Dame […] Facciamo delle sue rovine un monumento punk, l’ultimo di un mondo che finisce e il primo di un altro mondo che inizia”. È il 21 aprile 2019, e a pochi giorni dall’incendio della cattedrale parigina la predica di Paul B. Preciado sulla rivista statunitense Artforum è un appello a sedersi sulle macerie di Nostra Signora delle Rovine. O a ballarci sopra. When the world was at war we just kept dancing, installazione multimediale del 2024 dell’artistə romanə Andrea Mauti, sembra suggerire proprio un analogo cambio di paradigma. Nella sua ricerca, Mauti si muove in direzione di un ripensamento radicale della tradizione. Proiettando a parete dettagli del cantiere di ricostruzione della cattedrale, l’artistə di fatto la scompone, e rinunciando a punti di vista totalizzante investe l’archeologia di un compito nuovo, liberato dall’encomiastica e fondato sul recupero del potenziale critico del frammento: «L’archeologia – spiega Mauti – agisce in senso antimonumentale, quasi voyeuristico, e i frammenti degli edifici di potere intendono enfatizzare una dimensione culturale di matrice occidentale».

Praticata in situ a Pietrabbondante (Molise) negli anni di formazione all’Accademia di Belle Arti di Roma, l’archeologia è sinonimo di crollo e consunzione, nonché opportunità di riflessione sull’idea stessa di tempo. Da un viaggio in Grecia, compiuto negli anni di maggiori complicazioni economiche per il paese, Andrea Mauti ha poi avuto modo di osservare come nel panorama ellenico «la monumentalità riecheggiasse nel paesaggio contemporaneo, con le sue bidonville, le sue periferie e i contesti urbani segnati da un estremo disagio». Come la Grecia, anche l’Italia – e segnatamente Roma – è un ecosistema fortemente stratificato, in cui le occasioni di convergenza tra più linee temporali sono praticamente illimitate. Qui la periferia è più periferia che altrove: soffocata com’è dal peso di un centro che detta la linea a distanza di secoli e millenni, essa chiede la cura necessaria alla scrittura di narrazioni inedite che possano finalmente riabilitarla e sollevarla da incarichi gregari. In tal senso, l’approccio di Andrea Mauti è diretto in prima istanza al prelievo di materiali di risulta, scarti di produzione che, rilavorati, ricontestualizzati e talvolta assemblati in strutture più complesse, danno vita a installazioni prive di ogni coordinata storica precisa, tenute insieme dall’immaginario della rovina e da un certo sentore di straniamento.

Mauti li definisce antimonumenti: questi, contrariamente ai contromonumenti – impegnati a riscattare in modo esplicito le storie sommerse o relegate ai margini – «non intendono celebrare nulla, se non la distruzione stessa» alimentando, al contempo, l’ipotesi di nuove utopie. E l’orizzonte che battezza l’opera finalista a The Talent Prize è la linea che alimenta il «desiderio di avvicinarsi a qualcosa di utopistico, di irraggiungibile, che si scontra con una realtà oggettiva che invece parla di morte, di decadenza e decomposizione».Di qui il fascino della rovina: una rovina non romantica, non declinata al passato – e se passato è, che sia prossimo – ma in grado di colonizzare il futuro per farsi divinazione e profezia, in continuità teorica con le ruins in reverse di Robert Smithson e con i non-uments di Gordon Matta-Clark. Questi, che negli anni ‘70 intervenne con i suoi celebri cuttings sui piers in disuso della periferia newyorkese è, con Alvin Baltrop, una fonte primaria per Mauti: «recentemente mi sono interessatə al lavoro di Alvin Baltrop, che nelle sue serie fotografiche immortala i paesaggi industriali di New York, e le pratiche di cruising della comunità gay, che si riappropria di spazi marginali grazie a un’arte che assume una dimensione pubblica, collettiva».

Dai non-uments di Matta-Clark Mauti assorbe dunque il potere vivificante dell’opera nello spazio e la sua capacità di generare patti di alleanza coi corpi che lo abitano. Corpi veri, che rompono le righe della rappresentazione pittorica – e anche nei profili ideali della statuaria antica, nelle inquadrature ravvicinate di dettagli anatomici o nelle fisionomie distorte la negazione dell’integrità a vantaggio del frammento è ben evidente – e che oltre a far tesoro dell’esperienza di residenza a Parigi – «è qui che ho riscoperto la dimensione della collettività e delle pratiche comunitarie» – devono il loro ingresso a vicende biografiche più radicate: «l’approccio performativo deriva dall’aver studiato musica, danza e teatro, e nasce dunque da un’esigenza più personale, quella di voler trovare un medium più diretto, anche verso il pubblico, rispetto alla complessità di pittura e installazione».In occasione della recente mostra Slaked in curved light, Mauti si è esibitə in Ancient marble sweating like soup, performance canora in cui l’artistə, indossando un abito realizzato con vestiti di persone scomparse, ha intonato una litania accompagnata da rintocchi e da una chitarra elettrica per «celebrare la morte come veicolo per connettersi con identità passate, anche attraverso gli oggetti».

Nello specifico, la scultura attivata da movimenti e suoni – esausta (voices voices), un corpo filamentoso pendente dal soffitto – contribuisce a predisporre un’atmosfera rituale, straniante e ipnotica in cui le certezze del raziocinio cedono il passo a un’ambiguità sensoriale ed emotiva, figlia anche del magistero accademico di Paolo Canevari, che ha condotto l’artistə sulla via di contenuti sociali, politicamente spendibili ma a rilascio più lento: «Prima di conoscerlo – racconta – i miei lavori erano più radicali, scopertamente politici, e le sue lezioni sono state decisive per comprendere la natura implicitamente politica di ogni opera, che è sempre e comunque un punto di vista sulla realtà». Una realtà fluida, proteiforme, che sfugge alla cattura e perciò intimamente traumatica.

1999: Nasce a Roma
2022: Prima mostra personale alla galleria ADA di Roma
2022: Completa il percorso accademico triennale presso l’Accademia di Belle Arti di Roma
2023-24: Con il supporto della Direzione Generale Creatività Contemporanea, si trasferisce a Parigi per una residenza alla Cité Internationale des Arts de Paris
2025: Intraprende un master in Fine Arts alla FHNW Academy of Design and Arts INAG di Basilea


