Sotto la pelle del paesaggio

Un giardino in cui il corpo torna sempre, senza esserci mai. Il progetto di Sara Enrico per Furla Series, la settima edizione del programma di Fondazione Furla

Così Gilles Clément, autore del Manifesto del Terzo paesaggio, immagina di abitare un giardino in movimento, un osservatorio delle specie, un laboratorio della natura: “Volevo abitare in un giardino […] ho cercato allora di dispormi in dialogo con la natura. Prima di toccare qualsiasi cosa volevo capire, almeno un po’, quel che accadeva sotto i miei occhi e che mi sfuggiva quasi completamente. Così mi feci quanto più silenzioso possibile. Ero come un invitato attento a non disturbare gli ospiti. Ero in visita presso le piante e gli animali”. Allo stesso modo, l’artista Sara Enrico, con la sua ricerca artistica, immagina un paesaggio per Furla Series, il progetto che dal 2017 vede Fondazione Furla impegnata nella realizzazione di mostre in collaborazione con importanti istituzioni d’arte italiane e con un programma tutto al femminile che quest’anno coinvolge, per la prima volta, un’artista italiana.

«All’interno di questo giardino – spiega Sara Enrico – che è un giardino all’inglese, esiste sia l’elemento più costruito, che un elemento che si riunisce e si unifica con la condizione più naturale». Una serie di nuove produzioni pensate appositamente per questo progetto site-specific che, per la prima volta dalla nascita della collaborazione tra Fondazione Furla e GAM – Galleria d’Arte Moderna di Milano, si sviluppa esclusiva mente negli spazi all’aperto del giardino di Villa Reale. «I corpi astratti di Sara Enrico –  racconta la curatrice della mostra e direttrice della Fondazione Furla Bruna Roccasalva – sono corpi che ritornano sempre senza mai essere direttamente rappresentati». Il titolo della mostra, Under the Sun, Beyond the Skin, prepara il tono di tutto il percorso espositivo: due avverbi invitano a vedersi al di fuori, andando oltre la propria pelle, o meglio sotto pelle, indagando quale sia il ruolo della superficie, ma anche della luce naturale ed artificiale. Spazio a ciò che viene tralasciato, ciò che trascende, ciò che risiede nell’interstizio.

L’articolazione della mostra è nutrita di questi rimandi e dualismi. Spiega l’artista: «Avevo in mente di creare una temporanea sovrapposizione tra un paesaggio e l’interno di un paesaggio, cercando di creare delle estensioni tra quello che può essere la vitalità digitale, naturale e un’idea di generatività, di vitalità artificiale, sintetica. Un paesaggio che contiene il vitalismo, ma che è anche il contaminato e incontaminante, per creare questa proliferazione costituita da diversi lavori che, inseriti in questo contesto, fossero strettamente legati all’architettura circostante». Al centro l’atto del guardare, concetto centrale in tutto il lavoro di Sara Enrico. Il percorso espositivo che si snoda all’interno del giardino si sviluppa proprio nella direzione dello sguardo, seguendo linee architettoniche, fatta di pieni e di vuoti, di verticalità e orizzontalità, pensato in cinque momenti diversi. In mostra dai lavori più noti dell’artista, come la serie The Jumpsuit Theme (2023-2025), a quelli site-specific Beyond the Skin (2025), Carriers (2025) e Bodiless Observer (2025).

Racconta l’artista: «C’è una permeabilità di visione della totalità della mostra anche se si dispiega e si sviluppa quasi come se fossero delle stanze, c’è la possibilità di scorgerne la totalità quasi simultaneamente».  I corpi astratti di Sara Enrico sono come sdraiati sul pavimento, come appisolati. L’artista sembra infatti dare importanza alla pausa, all’inattività, ai momenti di stasi. Il tentativo è proprio quello di «andare a indagare tutto quello che trascende, quello che può essere più legato anche a una sensualità, a un discorso di sveglio che passa attraverso questa epidermide, cosa accende». E i corpi di Sara Enrico sono involucri di un corpo che non c’è più, l’artista si sofferma sullo sviluppo corporale orizzontale e mette in rilievo una gestualità insolita: «Dobbiamo riconoscere le sensazioni corporali vicine alle nostre e questo sviluppo, questa ricerca di equilibrio, di tensione, che muove da tutto un discorso sull’essere vita anche incarnato». Cercano appoggi, posizioni, e come spiega l’artista, «hanno un legame molto forte con l’idea di trascendere il movimento, scoprono l’instabilità anche se sono elementi statici. Mi interessava proprio la dimensione di una struttura che non costringe ma in qualche modo accompagna la forma».

L’artista lavora sui cicli di vitalità artificiale che si interpongono a quelli naturali, cicli di crescita e di rigenerazione che talvolta non vediamo perché avvengono sotto pelle: frammenti di tronco, resti di un albero secolare che è stato abbattuto durante la tempesta del 2023 che ha colpito la città di Milano. Da una parte l’innaturale orizzontalità denota la fine del ciclo vitale dell’albero, dall’altra l’artista, con un gesto semplice, minimo, che è quello di sollevarli leggermente da terra su basi colorate, sembra quasi rianimarli, Spiega Roccasalva: «Abbiamo la fine della vita stessa dell’albero e accanto un gesto che in qualche modo segna l’inizio di una rinascita, l’inizio di un nuovo ciclo vitale». Nel frattempo muschi, funghi e altri micro-organismi si sono sviluppati sui tronchi, mostrando una rigenerazione continua ma impercettibile, quasi invisibile. Così come la vegetazione spontanea e gli animali che abitano il parco. Alcuni lavori sono evidenti, altri devono essere cercati. Come sotto pelle, esiste sempre un sotto testo pronto ad essere riscritto.