Come un’archivista dell’arte contemporanea, Federica Mariani conduce la sua indagine nelle stanze del passato per sabotarle e dischiuderle. L’archivio non è più mero deposito bensì veicolo di una narrazione eterogenea, ricca e coerente. L’artista preferisce sostituire la Storia con le storie. Polifonia e marginalità sono cardini della sua ricerca che si sviluppa attraverso un ripensamento del ruolo dell’essere umano e del suo rapporto con l’altro: autodefinirsi in rapporto al mondo significa eleggere la condanna sartriana dello spettro di scelte a paradigma di comportamento e pensiero responsabile. Con It’s not always easy to be a cop, Mariani indaga il potere come forma vuota, gesto che si ripete fino a perdere senso. Il controllo diventa rito, l’autorità si incrina, rivelando la sua natura fragile e performativa.

Qual è stata la genesi dell’opera e lo sviluppo della sua realizzazione?
Quest’opera nasce dal mio interesse per le dinamiche di “cura” femminile, intesa non solo come funzione socialmente attribuita alle donne ma anche come metodi di custodia, occultamento e reclusione a loro dedicati. Il video si proponeva come intervento site-specific dedicato all’ex Carcere di Sant’Agostino a Savona, a seguito di un’importante ricognizione di racconti e testimonianze di chi ha operato nella struttura, chiusa ormai dal 2016.It’s not always easy to be a cop ci mostra le gestualità eseguite da un agente nel momento di una perquisizione corporale come metodo di ingresso delle internate. La procedura, metodica e ripetitiva, è performata da una silhouette nera che ricorda i disegni stilizzati sui manuali di polizia, ma senza un soggetto a cui sottoporle. L’opera è un’animazione 2D, concepita come loop audio-visivo: accompagnata da una melodia di manette e sirene poliziesche, il video ci propone la perquisizione come un’ironica e solitaria sequenza danzante. Le musiche, campionario di suoni “carcerari”, sono state composte con l’aiuto del musicista Matteo Mariani.

Attraverso il tuo lavoro è evidente come la figura dell’artista sia da intendersi come un archivista. Cos’è per te essere un’ “archivista dell’arte”?
La mia ricerca archivistica nell’arte si configura come studio socio-antropologico e femminista. Concepisco la figura dell’artista come pensatore rivoluzionario nell’accezione data da Walter Benjamin: un soggetto investito della possibilità di accostarsi a stanze del passato celate e capace di dischiuderle, scardinando il continuum storico. L’operazione teorico-artistica è quindi volta a sabotare lo stesso “archivio”, quale deposito orientato e totalizzante, come diceva Jacques Derrida, a favore di narrazioni polifoniche, miste, fluide e nascoste.
Il ripensamento del ruolo dell’essere umano e del suo allineamento al mondo è stato certamente un perno fondamentale del pensiero di Jean-Paul Sartre. Credi che questo riferimento filosofico-letterario possa essere in qualche modo affine alla tua ricerca?
Quando si parla di ripensamento del ruolo dell’essere umano e dei suoi rapporti con l’alterità ci si allinea alle politiche e pratiche di posizionamento che hanno l’obiettivo di far acquisire consapevolezza sul proprio radicamento, storico e ideologico. Riflettere sul proprio posizionamento significa responsabilizzarsi e definirsi in rapporto al mondo, eleggendo la “condanna” della possibilità di scelta sartriana a paradigma di un modello comportamentale e di pensiero responsabile. In questi termini l’ammonimento di Sartre risuona anche nella politica di cambiamento che la mia ricerca teorico-artistica vuole promuovere.

La performance Morì per troppi medicisembra interrogare la vergogna come affetto politico e dispositivo performativo. In che termini la dimensione collettiva e partecipativa dell’azione contribuisce a ridefinire il rapporto tra vulnerabilità, esposizione e agency femminile nel tuo lavoro?
La performance, realizzata in collaborazione con Emma Dotti e presentata nel contesto di Shame is a Revolutionary Feeling alla Fondazione ICA Milano, coinvolge un gruppo di donne in una coreografia di gesti abortivi storicamente prescritti sotto consiglio del medico (spesso ignorante e/o ostile alla causa): in un climax di rumori e sinfonie corporee, le performer rivendicano l’autodeterminazione del proprio corpo a scapito del controllo sociale e politico di cui sono vittime. Le condizioni comuni di oppressione richiedono coesione nutrito coinvolgimento, questo vale per qualsiasi tipo di lotta così come per quella femminista. Un’“agency femminile” intesa come disponibilità al sovvertimento e al sabotaggio, esplora la vulnerabilità del soggetto marginalizzato per scardinare convenzioni e convinzioni assorbite passivamente: questa forma di attivismo investe la mia pratica artistica nella misura in cui, da donna e da artista, affermo e dichiaro il mio posizionamento critico, inclinato e di opposizione al normale-normativo.
Come affronti all’interno della tua ricerca le tematiche riguardanti la condizione femminile nell’era odierna?
Nella mia ricerca mi occupo in particolare di fenomenologia della narrazione femminile, ossia di come la donna è percepita e costruita nelle diverse epoche storiche e nella contemporaneità. Marginalizzazione, violenza, controllo, sono tutti aspetti che indago attraverso un approfondito studio d’archivio storico, e quindi con riferimento al passato, ma anche estrapolando dettagli, modi di vivere, pratiche nascoste della contemporaneità. La “rimozione femminile” non è infatti solo un processo storico e dunque del passato, ma anche un modus operandi sedimentato che ci coinvolge nel quotidiano, nelle società che vivono di rimossi e occulti. La mia ricerca allo stato attuale è dedicata alla condizione femminile con una formalizzazione spesso differente, che va dalla scultura al video, dall’installazione alla performance, mantenendo sempre un substrato di ironia critica come comune denominatore volto a interpretare le storie e tematiche esposte
Nella serie scultorea Mary’s Babies la scelta di accostare un materiale tradizionalmente nobile e stabile come il marmo a una sostanza organica e corruttibile quale il grasso animale produce una tensione concettuale fra purezza e contaminazione, permanenza e transitorietà. In che modo questa dialettica materica si inserisce nella tua riflessione più ampia sulla corporeità e sulle soglie tra umano e non umano?
Nel mio lavoro esiste sempre un substrato concettuale che informa l’opera: ogni scelta estetica e formale deriva in primis dalla consapevolezza acquisita sull’argomento che l’opera andrà a trattare. Nel caso particolare della serie Mary’s Babies, che figura i defunti feti di coniglio partoriti da Mary Toft nel 1726, il grasso animale che riveste la pietra, funebre e immutabile, trasforma la scultura “vivificandola”, plasmandola come la placenta fa con il feto. Questa ibridazione dei materiali caratterizza il mio lavoro in quanto rende manifesto un più articolato discorso antispecista e di comunione interspecie, in particolare tra donna e animale, che esploro anche in opere quali l’installazione We live like bats or owls, labor like beasts and die like worms, che recita nel titolo la definizione che Margaret Cavendish da della condizione femminile, o la serie fotografica sopra acqua et sopra vento menami a la noce di Benevento in cui la mia figura appare come diverse e ibride configurazioni della donna-animale, costruite appropriandomi delle iconografie popolari delle streghe.

marmo rivestito di grasso animale
dimensioni variabili
La tua ricerca attinge a storie spesso dimenticate…
bell hooks descrive il margine come spazio creativo radicale, luogo fertile di possibilità e resistenza, capace di affermare e sostenere la nostra soggettività e di assegnarci una posizione nuova da cui poter articolare il nostro senso del mondo; assumere quindi il punto di vista dell’escluso, della marginalità, delle storie al posto della Storia, permette e impone una pluralità di punti di osservazione e prospettive radicali capaci di individuare spazi da cui iniziare un processo di revisione.

2000 Nasce a Milano
2018 Studia all’Edge Performing Arts Centre di Los Angeles
2023 Espone per il progetto collettivo Inside Out di JR al Museo del Novecento di Milano
2024 Personale La prima volta presso Casa Testori di Novate
2025 Partecipa alla mostra collettiva Guilty Party, 2025 alla Galleria Lusvardi a Milano


