Anouk Chambaz, l’infanzia come territorio di conflitto indagato dalla video arte

Intervista alla finalista del Talent Prize 2025 che indaga attraverso il suo video Di Notte la memoria traumatica che ritorna frammentata

Nella solitudine, nella memoria inevitabile del trauma, nella violenza della crescita e nella paura di vedere il sole sorgere e la notte compiersi c’è qualcosa di delicato, indifeso, come una ninna nanna sussurrata. L’ultimo lavoro di Anouk Chambaz, Di Notte, è un’ulteriore tappa nella ricerca tra sensibilità interiore e mondo esterno, raccontato attraverso una Bolex anni Trenta e un linguaggio cinematografico che affonda le radici nella sua formazione artistica.

Cresciuta a Renens, città operaia multiculturale della Svizzera, ha da sempre sentito l’esigenza di vivere lontano dal proprio paese, ma non troppo, in un luogo che le avrebbe permesso di tornare, e Roma l’ha accolta. Quando è stata chiamata da Rachele D’Osualdo e Augusta Eniti della casa di produzione Altreforme per realizzare un progetto di residenza d’artista a Gorizia e Nova Gorica, Chambaz si è interrogata su come approcciare un territorio per lei sconosciuto e ha trovato la risposta nella sua infanzia.

«Punto di contatto tra Italia e Slovenia, a lungo luogo d’incontro tra culture, a Gorizia e Nova Gorica si parla italiano, serbo, croato, friulano, anche urdu, poiché sono presenti comunità del Pakistan e dell’Iran», spiega l’artista. «Ho pensato subito alla mia infanzia perché vengo da un paese dove gli altri parlavano anche albanese, serbo, cinese, io ero l’unica a parlare solo francese. Quindi l’ho considerato un punto d’aggancio. Anche i palazzi mi ricordavano la mia città perché è una città operaia, come Nova Gorica che era la città vetrina del socialismo creata negli anni Cinquanta».

La sua pratica artistica parte dunque dal viaggio verso luoghi in cui è presente una storia da raccontare attraverso le testimonianze delle persone che lo abitano, per ascoltarle e svolgere una ricerca sul campo, in modo che la realtà possa nutrire il progetto e creare una potenza d’impatto maggiore. Ne sono un esempio i suoi lavori, in cui i protagonisti sono figure dell’alterità come le risate delle donne in Mon rire est cascade o gli undici ritratti di bambini e adolescenti in Sentinelle.

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Il film Di Notte si inserisce in questo metodo di ricerca: «L’idea era quella di lavorare sul multiculturalismo, chiedendo alle persone di raccontare la loro infanzia concentrandosi sulle ninne nanne. Una cosa che ci accomuna tutti è la cura, siamo stati tutti bambini e qualcuno si è preso cura di noi, questo sarebbe apparso attraverso le ninne nanne». Così racconta l’artista, ma la realtà si è rivelata più dura di quanto immaginasse.

I ricordi delle ninne nanne non esistevano per tutti e questa assenza si è trasformata in opportunità per sbilanciarsi e lasciarsi permeare dalla realtà del territorio. La domanda da porre si è trasformata in: “Quali ricordi hai di te bambino a letto prima di addormentarti?”. Le risposte implicavano la presenza di mostri sotto il letto, la paura del buio e soprattutto di uno spazio che girava.

Così per la ricerca delle ninne nanne Chambaz ha chiesto la collaborazione di un gruppo di musicisti che hanno creato un archivio musicale i cui temi principali riguardavano la natura, mentre continuava le sue ricerche sul campo. La svolta è avvenuta in Slovenia, quando in un dormitorio per studenti ha incontrato Nemanja, un ragazzo serbo che le ha riportato un ricordo: Nova Gorica e lui attraversò una strada sinuosa che si dispiegava attraverso il bosco, solo, di notte.

Da qui la scintilla per l’artista che ha immaginato una macchina con i fari accesi nel bosco guidata da un’ambigua figura, una Gian Burrasca in pigiama che canta a sé stessa la ninna nanna. Visivamente l’immagine era pronta, mentre dalle ninne nanne emergevano nuove scoperte: una slovena intonava “Che bisogno c’era di te, piccola, mia cara, mia cara figlia / per me una ragazza, una giovane sciocca”, un’altra “Dormi Alaoua, dormi figlio mio / tuo padre è andato e ti ha lasciato / ha lasciato il dolore a tua madre”.

Le ninne nanne si rivelano essere strumenti di espressione di sentimenti complessi, spesso anche politici, per le madri piuttosto che per i figli. Il lavoro di sperimentazione musicale è stato sviluppato in collaborazione con una compositrice ed eseguito da giovani musicisti, mentre per l’immagine l’utilizzo della pellicola è stato fondamentale poiché ha permesso all’immagine di fluttuare, riproducendo l’imprecisione tipica della memoria.

«Il cinema è un mezzo per costruire», spiega l’artista. «Abbiamo pianificato tutto, non volevo rubare la verità all’attrice ma costruire con lei un mondo diverso. Il film è ambientato al crepuscolo, tra giorno e notte – nella realtà quindi in una finestra di 30 minuti – per riprodurla abbiamo utilizzato il metodo hollywoodiano degli anni Quaranta: in un garage home studio abbiamo simulato il viaggio, ponendo la macchina davanti a un telo su cui venivano proiettate le riprese dell’esterno, mentre alcuni collaboratori la muovevano. All’attrice non ho chiesto di piangere ma abbiamo usato il trucco».

Il risultato è la creazione di uno spazio in cui l’irrisolto trova il suo posto nell’infanzia e nella foresta quali territori segnati dal conflitto.

1993 Born in Lausanne
2015 Completes her studies in cinema at ECAL, Lausanne, after studying film directing at the NYFA in Los Angeles
2021 Receives a special mention for her documentary project The Singing Strike from BASE and the ISEC Archive in Milan
2022 Participates in the Prender-si cura residency program at the Mattatoio in Rome
2024 Wins a special mention at the Rio de Janeiro International Short Film Festival for Marica