GRAIN, innamorarsi di nuovo della camera oscura

Intervista ai registi Alex Contell e Tommaso Sacconi, che in GRAIN riflettono sul corpo analogico della fotografia

Girato tra camere oscure e archivi fotografici, GRAIN, il documentario di Alex Contell e Tommaso Sacconi, racconta di un ritorno. Negli ultimi anni, la fotografia analogica è tornata a circolare con forza, non solo tra professionisti e autori affermati, ma anche nella nuova generazione cresciuta nello sguardo immersivo del digitale. A riportare l’attenzione sulla pellicola sono stati i suoi tempi lenti, la manualità del processo, la necessità di scegliere prima di scattare. «Alle persone piace fare cose dove c’è il rischio di rovinare tutto», racconta uno dei fotografi intervistati nel film, mentre bagna la pellicola nel fixer. Più che di un ritorno tecnico, si è trattato allora di un cambio di prospettiva: un modo diverso di costruire le immagini, meno automatico e più fisico. Lontano dai revival nostalgici, GRAIN riporta al centro il corpo dell’immagine fotografica, in uno scenario dove l’errore e l’imprevisto hackerano il contesto visuale contemporaneo, fatto di immagini perfette, editate forsennatamente in un loop senza fine. L’analogico ritorna qui come gesto consapevole, come spazio di rischio e possibilità che esplora, nella penombra, nuove condizioni per vedere.

GRAIN, 2021, film still, Renato D’Agostin in his darkroom, Noventa di Piave

Che idea di corpo fotografico vi ha restituito questo viaggio nelle camere oscure? È stato molto interessante entrare nelle camere oscure di artisti che stimiamo, vederli all’opera e scoprire che la fisicità della fotografia analogica è fatta di pellicola, carta, chimica e il gesto manuale che la produce. Ci ha emozionato anche osservare giovani studenti alle prese con le loro prime stampe, o conoscere altri fotografi che, come noi a New York, portano avanti i loro progetti nelle Community Darkroom, camere oscure condivise aperte anche di notte.

La “grana” a cui fate riferimento nel titolo del film non è solo qualità visiva, ma metafora dalla quale emergono imperfezione e materia. In che modo avete lavorato per rendere visibile questa grana anche nel linguaggio del documentario? La grana rappresenta la fotografia analogica. Nella realizzazione del documentario abbiamo esaminato l’estetica delle immagini dei fotografi coinvolti, e queste stesse immagini delineano in larga parte il documentario. Volevamo che lo spettatore percepisse l’intimità e la fisicità di ogni fotogramma, entrando dentro la materia stessa della fotografia. Mostriamo le foto sia nella loro interezza, sia in dettagli ravvicinati, fino a vedere la grana che esplode. Ed è anche soffermandosi su queste visioni astratte che a nostro avviso emerge la bellezza e la forza della fotografia analogica.

GRAIN, 2021, film still, Natalie Hail working on a color print at Luxlab, Manhattan, NY

In vent’anni il digitale ha smaterializzato l’immagine e velocizzato il gesto fotografico; la pellicola, al contrario, sembra restituire non solo tempo, ma anche corpo e rischio all’atto creativo. Che tipo di estetica emerge oggi da chi sceglie l’analogico? Crediamo che oggi chi sceglie l’analogico lo faccia per affermare un diverso rapporto con il tempo e con l’errore. La pellicola introduce un limite che diventa un’opportunità: ogni scatto comporta una scelta, un rischio. È un modo per restituire corpo all’immagine, renderla fisica e irripetibile. L’estetica che ne deriva è fatta di attesa, concentrazione e perdita: ogni fotografia analogica porta con sé ciò che non si può controllare, e proprio in questo margine di incertezza risiede la sua forza espressiva.

GRAIN, 2021, film still, Lucia Rollow, founder of the Bushwick Community Darkroom, Bushwick, NY

Quanto c’è di politico in questa lentezza artigianale? Dal punto di vista artistico, il valore è oggi più che mai nel processo, il risultato è irrilevante. Questo perché il risultato può essere raggiunto in tanti modi diversi. Pensiamo per esempio a chi pratica la street photography: spesso l’immagine giusta nasce da un fortunato incastro di coincidenze, da un’attesa lunga settimane, anni; o da un miracolo che magari accade una sola volta. Se provassimo a riprodurla artificialmente perderebbe la sua unicità e la sua forza. In GRAIN ci interessava mostrare il tempo dell’immagine, la sua costruzione lenta e fragile. Il gesto analogico introduce un’opacità che diventa una forma di resistenza: è un modo di rallentare lo sguardo, di restituire complessità a ciò che vediamo.

Il digitale genera ecosistemi di immagini ipercontrollate, risultato di filtri ed editing continui; con la pellicola invece lo sguardo si apre all’evento e ci costringe a guardare fuori. Quanto la fotografia analogica libera dallo sguardo autoreferenziale e quanto, paradossalmente, lo radicalizza? Ci piace pensare che la fotografia analogica liberi, perché ci sottrae al bisogno di controllo e di perfezione. Ci invita ad accettare l’imprevisto e perdonare l’errore. Non potendo rivedere subito l’immagine, ci obbliga a guardare davvero ciò che abbiamo davanti, senza pensare al risultato. In questo senso, l’analogico restituisce leggerezza allo sguardo e rende l’atto fotografico più spontaneo.

Ma questa nuova aura che avvolge l’analogico è un’effettiva rinascita o rischia di diventare l’ennesimo trend nostalgico, funzionale al sistema? L’analogico è senz’altro anche un trend, ma non è soltanto questo. C’era, c’è e ci sarà, in forme diverse. La rinascita non sta tanto nel ritorno a una tecnica, quanto nella curiosità delle nuove generazioni. Molti di quelli che oggi scattano in analogico sono ragazzi cresciuti con il digitale, che vogliono provare qualcosa di diverso, paradossalmente di “nuovo”. Il valore sta nel voler creare un’immagine che non sia immediata, ma che nasca da un tempo di attesa e da un numero limitato di scatti. Paradossalmente tutto ciò che non offre il telefono. In questo senso, l’analogico non è una moda, ma un esercizio che porta a ragionare diversamente.

Susan Sontag aveva già intuito come la fotografia potesse diventare uno strumento di controllo dell’esperienza piuttosto che di apertura a essa. In un’epoca in cui ogni immagine sembra confermare il nostro narcisismo, la fotografia analogica può ancora funzionare come sguardo che espone invece che come sguardo che protegge? La fotografia analogica protegge ed espone allo stesso tempo. Protegge perché restituisce un senso di controllo e di appartenenza a una tradizione. Per alcuni, l’immediatezza e la facilità con cui oggi si possono ottenere ottime fotografie, spesso del tutto automatizzate, hanno finito per delegittimare il lavoro e la formazione di chi, in passato, studiava a lungo per raggiungere lo stesso risultato. Tornare all’analogico diventa allora anche una scelta autoriale, un modo per riaffermare la competenza e il gesto. Per altri la pellicola rappresenta l’opposto: un atto di apertura, di vulnerabilità. L’immagine analogica non cerca di restituire la realtà come la vogliamo, ma esattamente com’è in tutte le sue incertezze, le sue mancanze, le sue rivelazioni. È proprio in questo spazio di imperfezione che lo sguardo ritrova autenticità.