In un presente dove ogni conflitto si consuma prima sugli schermi e poi nella realtà, Federico Montaresi (aka Trasparente) costruisce un’opera che non lascia tempo né spazio allo sguardo. I suoi lavori interrogano il linguaggio della violenza contemporanea, mediatica e simbolica, sottraendolo alla narrazione per restituirlo al fruitore come esperienza sensoriale. In …but I’ll be BACK before you are DONE, opera video con cui l’artista arriva finalista al Talent Prize 2025, realtà e simulazione si confondono e l’immagine non racconta più, ma deflagra. Un found footage fuori controllo in cui più di cinquecento esplosioni tratte da cartoni animati, film, videogiochi e archivi bellici si susseguono in un ritmo ossessivo. Il risultato non è una narrazione, ma un’ipnosi voyeuristica collettiva. Con ironia e una certa dose di inquietudine, Montaresi ci conduce dentro un’indagine mitologica sull’energia e sulla distruzione che la accompagna, mantenendo uno sguardo critico sul presente e sulle sue ossessioni visive.

WORK − …but I’ll
be BACK before
you’re DONE, 2025
video stills

WORK − …but I’ll
be BACK before
you’re DONE, 2025
video stills
In …but I’ll be BACK before you’re DONE alterni un mucchio di esplosioni in un montaggio impazzito che alla fine ritrova la sua interezza in un archivio multiforme, quasi warburghiano. C’è stato un criterio di selezione preciso o hai lasciato emergere connessioni nel processo?
Nonostante inizialmente avessi deciso di utilizzare la razionalità, infine non ho seguito un criterio razionale. Seppur la similitudine possa sembrare contrastante, è stato come comporre un mazzo di fiori, partendo dalle esplosioni reali, quelle che ci connettono visceralmente alla violenza, con le onde sonore e la rapidità, per poi arrivare alle esplosioni dei cartoni animati, che hanno necessitato di 40–50 ore di visione di archivi per essere trovate, digitalizzate, scartate, selezionate. Non cercavo coerenza ma una forma di trance visiva, dove le connessioni emergessero da sole, come cortocircuiti nella mente dello spettatore guidati da Bugs Bunny. Tutto qui.
Il titolo suona come una minaccia o (forse) una promessa. Chi è – o cos’è – che torna?
È l’energia. Quella che distruggi ritorna sempre, in un’altra forma. Ogni esplosione è una reincarnazione. È il fuoco stesso che parla, che ti avverte: tornerò prima che tu finisca di guardare. È una frase che parla del tempo ciclico della distruzione, un tentativo di tranquillizzare quando in realtà non ci tranquillizza per niente. Un loop nel quale Bugs Bunny si è auto-incarcerato, dando inizio a tutto per gioco, e dal quale, per uscire, deve farsi esplodere.

Nel tuo atlante visivo, l’esplosione di un cartoon e quella di una bomba reale si confondono. Jean Baudrillard sosteneva che l’ipervisibilità della guerra ne annulla la realtà, trasformandola in simulazione.
Sì, la guerra oggi è soprattutto immagine. L’esplosione non distrugge più, ma intrattiene. Nella sovrapposizione tra reale e artificiale cerco quel punto in cui la violenza visiva perde ogni riferimento: quando non sai più cosa stai guardando, il cervello si risveglia. L’ambiguità diventa una forma di lucidità.
È ancora un modo per anestetizzare lo spettatore o per risvegliarlo?
Entrambi. L’anestesia è necessaria per sopravvivere alla visione, ma nel momento in cui lo spettatore riconosce il proprio torpore, qualcosa si rompe ed è lì che può iniziare un risveglio. Non percepisco empatia, ma uno stato di coscienza alterata.
In questo mantra distruttivo, però, si percepisce un vuoto. Bataille, che tu stesso citi, parlava dell’eccesso come forma di sacro. Cosa resta quando tutto esplode?
Resta il silenzio. O meglio, la possibilità del silenzio. L’esplosione è solo la soglia, dopo resta un’eco, una vibrazione che non si può più vedere ma solo percepire. È lì che si manifesta il sacro: nel momento in cui non c’è più nulla da vedere.
Molte tue opere in realtà sembrano costruite intorno a uno stato di energia potenziale. Poi, a un certo punto, l’energia esplode in tutta la sua violenza.
In biologia non esistono mutamenti che non siano violenti. La violenza non ha un’accezione negativa, è solo una forma primitiva di verità. Non la intendo come aggressione, ma come forza vitale, come gesto che rompe la forma. La violenza è segno che il mondo è ancora vivo, che pulsa. Troppo spesso ci dimentichiamo che siamo nati da un’esplosione e se vogliamo davvero cambiare le cose, questa è l’unica strada percorribile. La pace è un’illusione.

Nel progetto CANINO (2025) alle Fucine Vulcano erano esposte tre opere video che richiedevano la prossimità fisica, il contatto e che erano “attivate” da queste dimensioni. In che modo l’attivazione da parte dello spettatore – e quindi la sua energia – trasformava o completava l’opera?
L’opera esiste solo quando qualcuno le si avvicina fisicamente (la mente è parte fisica), quando sente il calore, la vibrazione, l’odore del metallo. La distanza annulla l’esperienza. L’attivazione non è un gesto interattivo ma piuttosto carnale: è il corpo che entra in risonanza con l’oggetto. L’opera non rappresenta nulla ma reagisce, e in quel momento diventa viva. CANINO nasce infatti come una mostra ibrida e viva, e vi assicuro che era così. È stato anche interessante il fatto che i nomi delle opere si siano modificati durante i giorni di installazione. Ad esempio, l’installazione di apertura che doveva accogliere gli spettatori, da Cerbero è diventata Il Bastardino. Decisamente più azzeccato.
Scilla e Cariddi, Icaro. Sono tutte figure che evocano il mito.
Il mito è un modo per parlare dell’energia in forma pura. Non mi interessa la narrazione, ma l’archetipo: la tensione, la caduta, il rischio. Miti che raccontano di corpi che si avvicinano troppo al limite. Tutte le mie opere nascono da lì, da un desiderio di attraversare il pericolo, o, in questo caso, una soglia/membrana. In questo Arnold van Gennep è stato un mostro; i riti di passaggio e il superamento delle soglie sono l’eredità più sincera che ci resta. La mostra era un’escalation di elementi, una sorta di breve viaggio emotivo attraverso la rabbia, il sublime e la follia umana. Icaro (è volato troppo vicino al sole), video che chiudeva l’esposizione, è un breve documentario in found footage che racconta della costruzione di razzi amatoriali per competizioni nel deserto americano, usando archivi del primo civile ad essere riuscito a uscire dall’atmosfera (Ky Michaelson, the Rocketman). Questo tipo di situazioni mi spaventano ma mi danno anche una sorta di strana eccitazione (xīng f.n in cinese, faccio fatica a tradurlo in italiano).

E il cane?
Il cane è il corpo istintivo, quello che ringhia, sbava, che sente prima di capire. È una forma di sincerità animale, primordiale. In CANINO il cane è il doppio dell’uomo, ma senza coscienza: pura reazione, sopravvivenza. È anche un simbolo di fedeltà alla terra, all’odore, alla materia. Nell’antica Cina il cane era simbolo di ostracismo, per indicare ladri e criminali. Il cane ci spinge sempre a confrontarci con il nostro limite: ad esempio, se incontro un cane per strada, mi chiedo in caso di pericolo fino a che punto sarei in grado di affrontarlo. Di rado mi succede con altri animali.
Nel tuo nome d’artista, Trasparente, c’è già una tensione tra visibile e invisibile. Anche la trasparenza può essere una forma di violenza se la vediamo come esposizione, assenza di protezione. Hai mai pensato al tuo lavoro come un esercizio di vulnerabilità?
Nell’epoca della sovraesposizione digitale, l’atto di provare a sottrarsi diventa un gesto radicale. Ma il termine trasparenza non è solo leggerezza, è anche il contrario, essere diretti nel dire qualcosa. Non trovo violenza direttamente in me stesso, la trovo in quello che cerco e che mi crea interesse. Il mio ruolo non è quello di creare dal nuovo, ma di veicolare l’attenzione sulle forze esistenti. Per scomodare Platone, durante un dialogo disse: la verità emerge nel catarro. Ultimamente questo è quello a cui penso mentre faccio colazione la mattina (fette biscottate e marmellata).

1994 Born in La Spezia
2023 Master’s Degree in Digital Art, Hangzhou, China
2024 Master’s Degree in New Media, Brera Academy of Fine Arts, Milan
2025 Participates at Desenzano Film Festival with the work …but I’ll be BACK before you’re DONE
2025 Solo show CANINO at Fucine Vulcano, Milan, curated by Federico Montaresi / Spazio Sintetico


