Il più delle volte, quando parliamo di natura o di ciò che definiamo naturale, in realtà stiamo implicitamente parlando di noi stessi. Del nostro linguaggio, della nostra cultura, del modo in cui interpretiamo il reale. Nell’opera di Pierpaolo Tedeschi, Lucrezia e Joseph Beuys, ambiente, artefatti e sensi umani si intersecano nel codice visivo del pensiero beuysiano, riletto attraverso la figura della baronessa di Bolognano, non osservatrice privilegiata ma coautrice attiva di un percorso che ha saputo incarnare, estendere e perpetuare le intuizioni dell’artista. Il documentario traduce autenticamente i principi di Beuys, visceralmente radicati in un’ecologia relazionale e antropologica in cui il senso del mondo non è il mondo in sé, ma il modo in cui lo viviamo.

Lucrezia De Domizio Durini with Joseph Beuys and Andy Warhol, 1979, New York, Gugghenheim Museum, photo Buby Durini, courtesy Archivio storico De Domizio Durini

Joseph Beuys and Lucrezia De Domizio Durini, Praslin (Seychelles), 1980, photo Buby Durini, courtesy Archivio storico De Domizio Durini
Il film sembra una scultura sociale nel senso beuysiano: un oggetto in cui tempo, spazio e relazione sono plasmati come materia. La regia è stata concepita in questa direzione?
Nell’ideazione e nella realizzazione del documentario ho certamente tenuto presente questo concetto, ovvero la possibilità insita in ogni essere umano di trasformare la società e l’ambiente, che fa leva sulle capacità creative delle persone e si realizza attraverso la collaborazione e la solidarietà. Per Beuys tutte le persone sono creative e possono essere artisti nel contesto in cui operano. Hanno la necessità di comunicare con gli altri e contribuiscono così a formare la società attraverso azioni in cui l’arte rappresenta il capitale supremo dell’umanità.
Lucrezia De Domizio Durini è parte risolutiva dell’opera di Beuys. Come è stata affrontata la sua complessità, senza ridurla a voce di musa d’artista?
Pensare, agire, comunicare, vivere e lavorare insieme agli altri sono le caratteristiche con cui meglio si esprime la personalità di De Domizio Durini. Un’attitudine che connota e collega con un sottile filo d’Arianna tutto il suo percorso e con cui ha tessuto il lungo rapporto di amicizia e lavoro con Beuys, espresso non solo attraverso l’ascolto dei messaggi e dei contenuti che l’artista ha voluto trasmettere, ma anche come ispirazione e stimolo. Come ha affermato: «Con Beuys sono stata allo stesso tempo attrice e spettatrice. Molte mie iniziative hanno avuto la possibilità di essere realizzate grazie al suo incoraggiamento così come alcune sue opere sono nate anche con l’apporto della mia energia». De Domizio Durini, per esempio, dopo aver notato che durante i soggiorni a Bolognano lo sguardo di Beuys si era soffermato più volte sugli antichi contenitori di pietra presenti nelle cantine di Palazzo Durini, chiese al barone Buby Durini di fotografarli e decise di portare le immagini all’artista nel suo studio di Düsseldorf, dicendogli che se lo desiderava poteva utilizzarle. Così è nata Olivestone.

Pierparide Tedeschi, portrait, The Art Film Fest 2025, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Rome, photo Claudia Rolando
L’operazione Difesa della Natura è una chiave di lettura ancora attuale. Cosa ci insegna oggi in un’epoca di crisi ambientale e spirituale?
A tenere un comportamento non superficiale verso l’ambiente, a non ridurlo a semplice slogan, a orientarci verso un’ecologia della mente e delle azioni umane tanto cara all’artista. Il progetto Difesa della Natura è iniziato nel dicembre 1976 con l’Aratura biologica dei terreni messi a disposizione dal marito, il barone Durini, biologo, ricercatore e fotografo, che con il suo obiettivo ha documentato tutte le opere di Beuys per e con Lucrezia De Domizio Durini. Beuys ha potuto così sperimentare diversi sistemi di coltivazione, concimazione e piantumazione. Un’azione d’avanguardia da interpretare non solo in chiave ecologica, ma soprattutto antropologica, come difesa della creatività e dei valori umani.
Si percepisce fortemente il ruolo delle “figure satellite” attorno a Beuys. Quanto è stato importante mostrare questa coralità?
Dopo la sua scomparsa, De Domizio Durini si è dedicata a diffonderne il pensiero e le azioni nel segno della continuità attraverso incontri, seminari, eventi e i simposi del Free International Forum a Bolognano, dove si sono confrontate riflessioni e proposte in ambito artistico, economico, sociale, culturale e ambientale, con la partecipazione di numerosi esponenti della cultura internazionale. Come ha affermato il critico francese Pierre Restany: «Questo spazio-tempo chiamato Bolognano, luogo della memoria attiva, rappresenta per me il risultato più positivo del lavoro “post-beuysiano” di Lucrezia».
Il lavoro sul tempo, dilatato e a tratti ciclico, è molto evidente: una narrazione non lineare che fa emergere il legame fra le due figure.
La struttura circolare, evidenziata dalle sequenze sulla Piantagione Paradise all’inizio e alla fine del film, esprime una concezione del tempo come kairós e non come chrónos: non quantitativa ma qualitativa. Una scelta suggerita dall’unicità del legame tra Beuys e Lucrezia De Domizio Durini, ricostruito attraverso frammenti di vita e lavoro sospesi tra passato, presente e visioni di un possibile futuro, per restituire l’unicità e al tempo stesso la complementarietà di due protagonisti dell’arte e della cultura contemporanea.


