La voce silenziosa della storia

La regista Nasim Soheili, vincitrice del TAFF, racconta il suo film sui mulini a vento di Nashtifan, portando alla luce l’abbandono del patrimonio culturale iraniano

Non lontano dal confine afghano c’è un luogo che custodisce un’eredità sapiente. È Nashtifan, in Iran, dove pale di legno e strutture in fango resistono da millenni nella forma di mulini a vento. Nella noncuranza delle istituzioni, a preservarne lo stato è un solo custode: l’ultimo vivente di un’ultima generazione. A raccontare questa realtà è Nasim Soheili, regista iraniana premiata al TAFF – The ART Film Fest, che ha scelto il linguaggio del documentario per restituire l’immagine di un patrimonio culturale sull’orlo dell’oblio.

Qual è la tua storia?

Ho lavorato per molti anni come giornalista e reporter, e dopo la mia carriera nel giornalismo, sono entrata nel mondo del cinema. Sono diventata una regista di documentari perché sento che esiste una stretta connessione tra queste due professioni. Entrambe richiedono una mente curiosa e uno spirito di esplorazione, ed entrambe cercano soggetti unici. L’unica differenza sta nel modo di esprimersi, e alla fine ho scelto il linguaggio del cinema per raccontare le mie storie.

Cosa ti ha portata a realizzare un documentario sui mulini di Nashtifan?

Per quattro anni ho viaggiato molto in tutto l’Iran. Durante i miei viaggi sono arrivata a Nashtifan, un luogo che ho trovato di grande valore storico. I mulini a vento lì erano in stato di rovina e mi hanno lasciato un’impressione profonda. Anni dopo ci sono tornata e ho incontrato il signor Gandami, l’ultimo custode dei mulini a vento rimasti in Iran. Quell’incontro mi ha ispirato a scrivere la sceneggiatura di questo documentario. Ho scelto il signor Gandami, i mulini a vento e il vento stesso come i tre protagonisti principali della mia storia.

Il tuo è un documentario di denuncia? Cosa – o chi – vuole smuovere?

Il mio documentario parla con un linguaggio delicato, ma affronta una questione molto importante: la distruzione dell’identità storica. La negligenza nei confronti dell’identità storica e dei monumenti antichi in Iran non si limita solo ai mulini a vento. È un problema molto più ampio che riguarda la maggior parte del patrimonio storico dell’Iran, gran parte del quale è in cattive condizioni a causa di una gestione e conservazione inadeguate. Con il mio film, volevo sfidare sia l’Amministrazione del Patrimonio Culturale dell’Iran per la loro mancanza di corretta gestione, sia l’assenza di una mentalità culturale tra le persone riguardo la cura del patrimonio storico.

La fotografia valorizza il paesaggio e il suo carattere rurale. Cosa vuoi raccontare a livello strettamente visivo?

Nella realizzazione di questo documentario ho posto particolare attenzione alle immagini. I documentari poetici e artistici utilizzano il montaggio e il racconto visivo in modo meraviglioso, e io volevo che Nashtifan fosse rappresentata con quella stessa bellezza che davvero possiede. Sebbene il paesaggio possa sembrare composto solo da terra e vento, ho trovato lo spirito di questa città e delle sue persone profondamente prezioso e ispirante.

Il film si intitola Wind’s Heritage. Raccontando un’eredità che ha dell’ancestrale, che immagine vuoi offrire della cultura e del patrimonio culturale iraniano?

Il titolo Wind’s Heritage riflette l’idea che il vento stesso è il patrimonio di questa regione. Il vento non era solo una forza naturale, ma anche una benedizione per la gente di Nashtifan, che ha modellato la loro cultura, il loro sostentamento e la loro identità. L’Iran possiede innumerevoli eredità storiche e antiche, molte delle quali sono rimaste trascurate o non sono state riconosciute dall’UNESCO per mancanza di cura. Proteggere queste preziose legacies è sempre stata una mia preoccupazione, e spero che un giorno sia la gente che le autorità capiscano veramente il valore della storia e del patrimonio.

Quali sono i Paesi in cui il documentario è stato più apprezzato?

Fortunatamente, questo documentario è stato proiettato in molti paesi e ha ricevuto un’accoglienza calorosa a livello mondiale. Sia in Iran che all’estero, ha connesso emotivamente il pubblico. Mi è stato spesso detto che le persone sono profondamente commosse dal film, e quella connessione emotiva è una ricompensa significativa per me come filmmaker.

Hai vinto il TAFF, che è anzitutto un festival sul documentario d’autore. E l’autore, come scriveva Roland Barthes, è essenzialmente una voce. Qual è la tua?

Sono profondamente onorata che il mio film sia stato accolto in un festival così importante e prestigioso come il vostro. È stato anche proiettato in quattro o cinque festival in Italia, ricevendo due premi significativi. Come autrice, mi considero la voce silenziosa dell’Iran, la voce silenziosa del patrimonio storico dell’Iran e della sua storia stessa. Ma questa voce non può essere zittita per sempre, perché il linguaggio dell’arte e del cinema è più potente di qualsiasi forza o oppressione.

Secondo te, cosa fa del documentario una forma d’arte?

Il documentario è la voce della verità e della realtà. Attraverso esso, possiamo penetrare le profondità di una verità – che sia sbalorditiva, dolorosa, bella o commovente – e comunicarla al pubblico attraverso il linguaggio dell’arte e delle immagini. Il cinema è il mezzo delle immagini, e per questo motivo è più potente di altre forme di media. Le persone sono sempre state, in ogni epoca, attratte dal vedere e sentire la verità. E quando la verità è intrecciata con il linguaggio dell’arte, essa crea un impatto profondo sul pubblico di oggi. È proprio la fedeltà alla realtà, senza distorsioni, che trasforma il documentario in vera arte.