Temporalità intrecciate nella violenza: la ricerca intermediale di Hara Shin a Roma

Hyperobject e Spazio Supernova presentano "Monumental Ether. Bodies", la personale di Hara Shin che espone un’installazione video multicanale

Permanenza, attraversamento e risignificazione permeano l’installazione video multicanale di Hara Shin presentata da Spazio Supernova a Roma. Curata da Camilla Giaccio Darias, Monumental Ether. Bodies conclude il programma espositivo di Hembryo 2025, To create a small flower, spazio espositivo ed estensione fisica del progetto Hyperobject. Strutturata come un percorso multisensoriale, la mostra si interfaccia direttamente con la percezione del fruitore, che diventa figura errante inglobata nell’installazione. Non si tratta di una semplice esposizione, ma di un dispositivo sensibile di attraversamento: dei luoghi, dei corpi, della memoria. Entrando nello spazio, si ha immediatamente la percezione di una soglia. Le proiezioni video fluttuano su veli leggeri, sospesi, che filtrano in modo non lineare le immagini.

Le elaborazioni intermediali di Shin, dal video alla scultura, dal sonoro all’installazione site-specific, si articolano attorno a tre luoghi critici: il Kückenmühler Anstalten di Stettino (Polonia), ex centro di “rieducazione” per persone diagnosticate con malattie mentali, e poi sito di sterilizzazioni forzate in epoca nazista; il Giardino Botanico Tropicale di Lisbona, già Giardino Coloniale, laboratorio di classificazione e gerarchizzazione dei corpi vegetali e umani; il torrente Tancheon a Seoul, legato alla leggenda della figura di Dongfang Shuo, oggi spazio di rigenerazione ecologica dopo decenni di urbanizzazione e inquinamento. Tre luoghi distanti geograficamente, ma legati da una medesima trama: quella dell’appropriazione, della trasformazione forzata della vita in materia governabile.

Nelle immagini, i frame scorrono lenti, stratificati, immersi in una luce calda ma tagliente. Elemento onnipresente è il corpo, oggetto della violenza, ma che qui vuole essere soggetto, agente. Esso non è mai pienamente fronteggiato: è dettaglio, porzione e movimento appena accennato. È un corpo suggerito, che acquisisce una risonanza inquieta se letto alla luce delle storie dei luoghi attraversati dall’opera. Al centro del progetto emerge la figura-concetto di MOANA – acronimo di Membrane, Outlander, Ancestor, Naming, Apparatus – entità fluida, ibrida, che si configura come guida nello spazio. Non coincide con un corpo preciso, è una presenza che custodisce lo spazio-tempo e che tiene insieme passato, presente e ciò che ancora non ha preso forma.

L’allestimento accentua questa dimensione liminale. I veli su cui scorrono le immagini funzionano come membrane: non schermi che separano, ma superfici porose che lasciano passare luce, ombra, e movimento. Lo spazio respira grazie alla luce dei video e delle installazioni, ma restituisce la drammaticità del progetto attraverso il buio, il mattone grezzo dello spazio e l’incertezza del camminare al suo interno. Il gesto ricorrente nei video è il tocco: mani che sfiorano muri, corpi, terra. Toccare, qui, diventa un atto politico minimo: non un gesto che mira a rimuovere il trauma, ma che ne accusa l’origine, chi e ciò che lo ha reso possibile. Nei luoghi segnati dalla violenza e dall’ideologia “eugenetica”, il corpo torna come strumento di conoscenza non razionalizzabile, come possibilità di contatto con ciò che non si lascia archiviare definitivamente.

L’ineffabile, ciò che sfugge alla piena comprensione, provoca scomodità, fastidio o repulsione. In un sistema capitalistico che separa estetica e politica, producendo una vera e propria «epistemologia della cecità», il recupero dell’esperienza sensoriale acquista valore politico, perché interrompe l’anestesia percettiva che sostiene il disincanto moderno. Tornare a sentire è riattivazione: non a caso una sezione della mostra ospita un prato vero, vivo, su cui gli spettatori sono invitati a camminare scalzi. Non tutti scelgono di seguire tale indicazione: alcuni si fermano, rimangono ai margini o lo attraversano con le scarpe, per evitare l’umidità. Quest’ultima, però, non è un semplice effetto collaterale, ma il risultato della cura quotidiana del prato: deve essere annaffiato, nutrito; l’umidità è segno di vitalità e, considerando i temi affrontati dall’artista, può essere letta anche come una forma di restituzione.

Shin lavora su un tempo non lineare, fatto di ritorni, sovrapposizioni, ritardi. La storia non è mai confinata nel passato: continua ad agire come una tensione diffusa nel presente. Questo emerge anche nella parte Naming di MOANA, in cui il riferimento al corpo tassidermizzato diventa metafora di un’identità congelata, fissata in un ruolo imposto. Ma in Monumental Ether. Bodies. questa fissazione si incrina: l’identità, resta permeabile ed esposta. È all’interno di questo quadro che si inserisce la dimensione percettiva della mostra. La cura formale e la delicatezza delle immagini convivono con una tensione costante, che accompagna il percorso senza risolversi.

Ciò che resta non è tanto una singola immagine, quanto una sensazione diffusa di attraversamento, generata dalla stratificazione di luoghi e storie. Visitabile fino al 21 dicembre, Monumental Ether. Bodies è un intervento attuale e incisivo, che unisce il visivo al tattile, in una riflessione profonda sulla costruzione umana di un luogo, fisico e simbolico.