Regali di Stato in vendita, ma l’asta dei doni di Meloni si ferma prima di iniziare

Palazzo Chigi blocca il contratto con Bertolami, la casa d’aste incaricata della vendita, dopo l’emersione di un’inchiesta giudiziaria. Il caso spinge a chiedersi quale destino dovrebbe avere il patrimonio simbolico prodotto dall’esercizio del potere

L’asta dei regali istituzionali ricevuti da Giorgia Meloni, annunciata come un’operazione di razionalizzazione amministrativa, si è trasformata in breve tempo in un caso politico e culturale. Prima ancora di vedere la luce, la vendita è stata sospesa da Palazzo Chigi, che ha deciso di congelare il contratto con la casa d’aste Bertolami Fine Art, incaricata dell’operazione. A innescare lo stop è stata un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, che ha riportato all’attenzione pubblica una vicenda giudiziaria di particolare delicatezza.

La maison accusata di presunto traffico di reperti

Al centro della questione c’è Giuseppe Bertolami, fondatore e titolare della casa d’aste romana, colpito da una misura interdittiva nell’ambito di un’indagine della Procura di Catania su un presunto traffico illecito di reperti archeologici. Un’inchiesta lunga e complessa, che ipotizza il coinvolgimento di alcune realtà del mercato dell’arte nell’introduzione nel circuito legale di beni di provenienza illecita e che, di conseguenza, ha reso impraticabile la prosecuzione di un’operazione dal forte valore simbolico.

Palazzo Chigi ha motivato la sospensione spiegando che al momento dell’affidamento, formalizzato il 24 ottobre, l’indagine era coperta da segreto istruttorio e dunque non esistevano elementi ostativi noti. La misura giudiziaria è arrivata solo all’inizio di dicembre, a procedura già conclusa. Una ricostruzione formalmente corretta, ma che non dissolve le perplessità sul piano dell’opportunità politica e della vigilanza istituzionale quando in gioco ci sono oggetti carichi di valore rappresentativo.

Non è del resto la prima volta che Bertolami Fine Art finisce al centro di controversie. Nel 2022, la casa d’aste fu duramente criticata per aver messo in vendita il volantino con cui le Brigate Rosse rivendicarono il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta, aggiudicato per oltre 30mila euro. L’episodio suscitò una reazione trasversale nel mondo politico e culturale, sollevando interrogativi sul confine tra mercato, memoria storica e rispetto per le vittime. All’epoca, anche Giorgia Meloni, allora all’opposizione, definì quella vendita “una vergogna”.

A complicare ulteriormente il quadro è emerso anche il profilo societario della casa d’aste, controllata dalla Testudo Holding Srl, a sua volta partecipata quasi interamente da una società anonima con sede nella Repubblica Ceca. Un dettaglio che, pur non implicando irregolarità, ha alimentato dubbi sull’adeguatezza del soggetto selezionato per un’operazione tanto delicata sul piano dell’immagine istituzionale.

Quali sono i regali di Stato di Giorgia Meloni

La scelta di mettere all’asta 273 regali istituzionali ricevuti dalla presidente del Consiglio nasceva da una logica dichiaratamente pragmatica: liberare spazi, ridurre i costi di conservazione e reinvestire le risorse ricavate. Il valore complessivo stimato dei beni si aggira intorno agli 800mila euro, che sarebbero stati devoluti in beneficenza, mentre il compenso per la casa d’aste era fissato al 5%, fino a un massimo di 40mila euro. La vendita avrebbe dovuto svolgersi tra gennaio e giugno 2026, negli spazi di Palazzo Caetani Lovatelli, sede della Bertolami Fine Art.

L’elenco dei doni destinati alla vendita restituisce una mappa eterogenea delle relazioni diplomatiche della premier: scarpe di pitone blu con tacco dorato dall’Arabia Saudita, una statuetta con motosega raffigurante Javier Milei, un busto d’argento di Gandhi e una statuetta d’oro donati da Narendra Modi, un foulard offerto dal premier albanese Edi Rama, un servizio da tè in porcellana da Viktor Orbán, una ciotola in ceramica da Joe Biden. Accanto a questi, gioielli, quadri, abiti tradizionali, cofanetti, oggetti tecnologici, persino un iPad.

Oggetti diversi per valore e funzione, ma accomunati da una natura che va oltre il semplice bene materiale. In molti contesti culturali, il dono istituzionale è un gesto carico di significati simbolici, un segno di riconoscimento e relazione. La sua trasformazione in merce, sebbene consentita dalla normativa italiana, apre una zona grigia in cui diritto, diplomazia e sensibilità culturale si intrecciano.

La sospensione dell’asta ha così fatto emergere una questione più ampia, che spinge a chiedersi quale destino dovrebbe avere il patrimonio simbolico prodotto dall’esercizio del potere. La vicenda dei regali di Stato di Giorgia Meloni mostra quanto queste scelte non siano mai neutre. Resta ora da capire se l’operazione verrà riformulata, affidata a un altro soggetto o definitivamente accantonata.

Articoli correlati