Non un tema, ma una postura. È da questa scelta curatoriale, insieme radicale e prudente, che prende forma l’82ª edizione della Whitney Biennial, la più longeva rassegna dedicata all’arte americana, in apertura l’8 marzo 2026 negli spazi del Whitney Museum of American Art, nel Meatpacking District di Manhattan. Drew Sawyer, curatore di fotografia del museo, e Marcela Guerrero hanno deciso di sospendere ogni cornice interpretativa predefinita, affidando il senso della mostra a un processo di ascolto prolungato e condiviso.

L’approccio curatoriale è stato definito senza preconcetti e sviluppato attraverso le conversazioni con gli artisti. Da questo dialogo è emersa una costellazione di pratiche che, pur nella loro eterogeneità, condividono un’attenzione insistente verso le forme della relazionalità: intime, improvvisate, talvolta conflittuali. Il lavoro si è allora sviluppato attraverso oltre 300 studio visit, un’indagine capillare che ha portato Sawyer e Guerrero a individuare una linea sotterranea comune a molti artisti: l’interesse per i sistemi che rendono possibile — o impossibile — il vivere insieme. Infrastrutture sociali, politiche, tecnologiche e affettive diventano così dispositivi critici attraverso cui leggere la complessità della vita contemporanea negli Stati Uniti e oltre.

Accanto ad artisti provenienti da 25 stati americani, la Biennale include voci legate a contesti profondamente segnati dall’influenza geopolitica e culturale degli Stati Uniti: Afghanistan, Cile, Iraq, Okinawa, Filippine, Porto Rico, Vietnam. Una scelta che amplia il perimetro della nozione di “arte americana”, restituendola come spazio poroso, attraversato da migrazioni, memorie coloniali e relazioni di potere stratificate.
I protagonisti di questa edizione sono 56 tra artisti singoli, duo e collettivi, appartenenti a generazioni e linguaggi diversi. Tra questi figurano Basel Abbas e Ruanne Abou Rahme, Kelly Akashi, Kamrooz Aram, Andrea Fraser, Samia Halaby, Mao Ishikawa, Oswaldo Maciá, Precious Okoyomon, Sung Tieu, Martine Gutierrez, Aziz Hazara, insieme a collettivi come CFGNY e kekahi wahi. La pluralità delle pratiche, dalla performance alla scultura, dal suono alla fotografia, dall’installazione alla ricerca archivistica, riflette così una visione curatoriale che rifiuta gerarchie disciplinari e narrazioni lineari.



