Perché il Padiglione USA non ha ancora un artista alla Biennale 2026

Tra vuoti istituzionali e candidature crollate, la selezione americana per Venezia è oggi il caso più incandescente del sistema dell’arte. Ecco come si è arrivati all’impasse che sta bloccando uno dei padiglioni più osservati al mondo

Il Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale Arte 2026 è diventato, nel giro di pochi mesi, uno dei nodi più intricati della scena culturale internazionale: un intreccio di pressioni politiche, linee guida modificate, scadenze irrealistiche, candidature sfumate e un’impasse amministrativa che continua ad allargarsi, mentre quasi tutte le altre nazioni hanno già annunciato il proprio artista.

La vicenda somiglia sempre più a un caso-studio su come la politica culturale americana stia mutando sotto gli occhi dell’intero sistema dell’arte. Le anomalie iniziano già dal bando. Il portale per presentare le candidature si apre il 30 aprile 2025 con linee guida completamente riviste: al centro non più la diversità e l’inclusione, ma la promozione dei “valori americani” e dell’“eccezionalismo”, un cambio di rotta in perfetta coerenza con il nuovo indirizzo dell’amministrazione Trump. A questo si aggiunge una compressione temporale senza precedenti: mentre il bando viene tradizionalmente pubblicato con almeno diciotto mesi di anticipo, questa volta i progetti avrebbero avuto appena otto mesi per essere concepiti e prodotti. «Al limite dell’impossibile», sintetizza la storica dell’arte Kathleen Ash-Milby.

Il secondo nodo è istituzionale. La selezione non passa più dalla National Endowment for the Arts (NEA), storica garante del processo, ma ricade interamente sul Dipartimento di Stato. La NEA, in fase di ristrutturazione e ridimensionamento, dichiara di non aver potuto partecipare «per vincoli di tempo e transizioni di personale». E il Dipartimento di Stato si trova a operare, come ricordano diverse testate, senza una guida stabile al vertice dell’ECA, l’Ufficio per gli Affari Educativi e Culturali che supervisiona anche la partecipazione alla Biennale. Un vuoto amministrativo che si traduce in scelte lente, instabili, difficili da rendere operative.

Il caso esplode definitivamente a settembre: come ricostruito sulle pagine di “Artnews”, la selezione dell’artista Robert Lazzarini e del curatore John Ravenal (mai annunciata pubblicamente) salta quando il Contemporary Art Museum dell’Università della South Florida, partner del progetto, rifiuta di assumersi la responsabilità economica dell’impresa. Dei 375.000 dollari del grant federale, solo 250.000 sarebbero effettivamente utilizzabili: i restanti 125.000 devono per regolamento essere versati alla Peggy Guggenheim Collection, che gestisce logisticamente il padiglione. Peccato che il budget complessivo stimato sfiorasse i cinque milioni, lasciando l’ateneo esposto per circa quattro milioni. «Due burocrazie incapaci di trovare un accordo», commenta Ravenal, con l’aggiunta che il fundraising non poteva nemmeno iniziare senza un annuncio ufficiale.

Dentro questo vuoto iniziano a proliferare proposte di ogni tipo. Alcune volutamente provocatorie, come quella del blogger Curtis Yarvin, legato all’estrema destra, che immaginava un padiglione costruito attorno al prestito del Ratto d’Europa di Tiziano, con tanto di “piano B” incendiario nel caso il prestito fosse negato. Altre più strutturate ma altrettanto controverse, come quella di Andres Serrano, che mira a trasformare il Padiglione USA in un mausoleo dedicato a Donald Trump, ampliando il progetto The Game: All Things Trump e includendo anche Insurrection, il documentario sull’assalto al Campidoglio respinto da una sala londinese perché giudicato “troppo pro-Trump”.

Quando la polvere delle polemiche si assesta, a inizio novembre emerge un nome più in linea con l’immaginario di Venezia: secondo “The Art Newspaper” lo scultore Alma Allen sarebbe il candidato più probabile, insieme al curatore Jeffrey Uslip. Ma nulla può essere annunciato ufficialmente finché lo shutdown non verrà completamente superato.

In un quadro così frammentato, è la cornice politica a fare da vero baricentro. Le nuove linee guida del Dipartimento di Stato chiedono ai progetti di contrastare stereotipi negativi sugli Stati Uniti e sostenere una narrazione patriottica utile agli obiettivi diplomatici dell’amministrazione Trump. Il risultato è un padiglione sospeso tra ambizioni culturali, pressioni ideologiche e un apparato istituzionale rallentato al punto da rendere la partecipazione americana alla Biennale 2026 una delle partite più incerte della scena internazionale.

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