Ogni due minuti scattiamo più foto che in tutto il XIX secolo

Da Niépce fino alla fotografia digitale, scattare oggi non è più un gesto straordinario ma un atto compulsivo che ci allontana dal giudizio

Kodak, storica azienda fondata da George Eastman a fine ‘800, ha stimato che oggi l’umanità scatti più fotografie in due minuti di quante ne siano state prodotte in tutto il XIX secolo. È un paragone quasi vertiginoso, che ci costringe a ripercorrere la storia della fotografia non come una successione di invenzioni, ma come un cambiamento radicale del nostro modo di vedere e di archiviare i ricordi. Tra l’Ottocento e oggi non è cambiata soltanto la tecnologia: è mutato l’intero senso dell’immagine fotografica.

Agli albori, quando Thomas Wedgwood sperimentava le prime sostanze fotosensibili e Nicéphore Niépce tentava di imprigionare la luce su una lastra cosparsa di bitume, una fotografia era un piccolo miracolo. Il primo scatto stabile di Niépce richiese circa otto ore di esposizione: la luce del sole, letteralmente, incideva sul materiale con una lentezza quasi geologica. Fotografare era un gesto solenne e, in un certo senso, rischioso. Si lavorava senza alcuna certezza del risultato, con l’attenzione di chi sa che ogni tentativo potrebbe fallire. E se lo scatto riusciva, quel singolo oggetto diventava un documento prezioso, un frammento di realtà sottratto al tempo.

Thomas Wedgwood

Con il progredire del secolo, la fotografia, inizialmente vista solo come strumento e non come forma d’arte, diventò linguaggio e professione, e furono alcuni protagonisti visionari a intuirne per primi le potenzialità artistiche. Tra questi, una figura emerge con particolare forza: Nadar. Intellettuale, pittore, caricaturista, aeronauta e scrittore, fu uno dei primi a comprendere che la fotografia non doveva limitarsi a registrare la realtà, ma poteva interpretarla. Nei suoi ritratti, realizzati con una cura quasi teatrale, luce, ambiente e atteggiamento del soggetto venivano orchestrati con la stessa consapevolezza di un pittore esperto. Nadar non cercava solo la somiglianza: indagava l’espressione interiore, la psicologia, il carattere, portando la fotografia ritrattistica a un livello che mostrava chiaramente la sua dignità artistica. Le sue immagini non erano copie del reale, ma rivelazioni.

Per tutto l’Ottocento e per buona parte del Novecento, la fotografia conservò qualcosa di quella solennità originaria. Anche quando i tempi di esposizione si ridussero e le tecniche si perfezionarono, fotografare rimase un atto significativo. Il ritratto di famiglia, la cartolina, il ricordo di un viaggio: ogni immagine veniva pensata, preparata, voluta. La pellicola imponeva limiti chiari e visibili: dodici, ventiquattro, trentasei scatti. Ogni errore costava, e proprio per questo ogni fotografia possedeva un suo peso specifico. Non si scattava a caso ma quando era necessario.

Nadar, autoritratto

La rivoluzione digitale ha ribaltato completamente questa logica. Con l’arrivo del sensore, della memoria virtualmente illimitata e della possibilità di rivedere immediatamente il risultato, la fotografia ha abbandonato la dimensione della rarità per entrare in quella dell’abbondanza. Si è sganciata dal vincolo materiale della pellicola e dalla lentezza della stampa. Non c’è più attesa, non c’è più rischio, non c’è quasi più costo. Ogni gesto può diventare un’immagine e ogni immagine può essere rifatta, corretta, eliminata. È cambiata la fotografia, ma è cambiato anche il nostro rapporto con essa: da gesto ponderato si è trasformata in un riflesso quotidiano.

Questo mutamento ha profondamente modificato anche il senso dello scatto. Nell’Ottocento si fotografava per conservare, oggi spesso si fotografa per condividere. La funzione primaria dell’immagine non è più quella di fissare un ricordo, ma di attraversare uno spazio sociale: essere vista, commentata, scambiata, dissolta nel flusso continuo delle piattaforme digitali. La fotografia non è più soltanto un oggetto, è diventata un linguaggio. E come ogni linguaggio evolve, si semplifica, si diffonde, perde qualcosa e ne guadagna altro.

Viene spontaneo chiedersi se questa sovrapproduzione di immagini abbia finito per svalutare la fotografia. Ma forse si tratta di una metamorfosi più che di una perdita. La rarità, certo, non esiste più: in un mondo in cui scattiamo milioni di fotografie ogni giorno, l’unicità dello scatto ottocentesco sembra irrimediabilmente lontana. Eppure proprio la fotografia digitale, così libera e immediata, ha aperto nuove possibilità. Ha reso accessibile ciò che prima era elitario, ha permesso a chiunque di sperimentare, documentare, osservare senza la paura del fallimento. Ha trasformato l’immagine in uno spazio di espressione quotidiana, accessibile come la parola.

Erik Kessels, 24 hours photos

Nel 2011 l’artista e gallerista olandese Erik Kessels ha realizzato una delle più potenti rappresentazioni di questa sovrapproduzione. Nella mostra 24 hrs in photos, presso il museo Foam di Amsterdam, ha riempito intere stanze con tutte le fotografie caricate su Flickr in un solo giorno: oltre un milione di immagini stampate e accumulate fino a formare una sorta di mare visivo, dentro cui si poteva camminare.

Sempre in quegli anni con Self Portrait: July 17, 2012 (2013), l’artista Evan Roth ha stampato 24 ore di informazioni presenti nella sua cache, materializzando se stesso attraverso una miriade di elementi in cui pornografia, arte e politica coesistono senza alcuna gerarchia. Rendendo visibile una traccia della nostra presenza online normalmente nascosta, Self Portrait: July 17, 2012 complica i concetti di autorappresentazione ed echeggia al tempo stesso le potenzialità di controllo insite nel web.

Evan Roth, Self Portrait: July 17, 2012 (2013), installation view Whitechapel, London

Quello che siamo abituati a percepire come immateriale — terabyte, megabyte, file — diventava improvvisamente un corpo, uno spazio fisico, quasi soffocante. Guardare quella massa indistinta significa anche per gli artisti confrontarsi con il proprio tempo: un’epoca in cui ogni istante può essere trasformato in immagine.

La vera questione, allora, non è se la fotografia si sia svalutata, ma che cosa significhi oggi fotografare. Le piattaforme social trasformano lo scatto in un gesto compulsivo: ogni immagine è immediatamente destinata a essere vista, commentata, ricondivisa. Ma a differenza della fotografia ottocentesca, il click digitale spesso precede la riflessione. La condivisione diventa rito istintivo, modo per affermare la propria presenza nel mondo virtuale, anche quando il contenuto reale dell’immagine rischia di passare in secondo piano. Eppure, proprio in questa rapidità e sovrabbondanza, emerge la sfida contemporanea: imparare a riconoscere quali immagini meritano attenzione, quali raccontano davvero qualcosa e quali, invece, si perdono nel flusso infinito della rete.