Pasolini, cinquant’anni dopo

Nel mese del cinquantenario della morte di Pasolini, ripercorriamo la lucidità profetica del suo pensiero. A suggerirne l'attualità anche un fitto calendario di iniziative

Era il 2 novembre 1975 quando il corpo di Pasolini veniva ritrovato senza vita all’Idroscalo di Ostia. Cinquant’anni dopo l’omicidio, ancora circonfuso da un alone di mistero, la voce dello scrittore e regista continua a risuonare oggi come una preveggenza, formulata in un passato che al suo sguardo appariva chiaro. Le agnizioni di Pasolini, a cui sono dedicate in questo mese le più diverse iniziative culturali, appaiono allora ancora attuali: occorre allora chiedersi perché quelle parole sulla mutazione antropologica, sul fascismo del consumo, sull’omologazione come nuova forma di dominio sembrino ancora più pertinenti.

Pasolini aveva intuito ciò che la società italiana sarebbe diventata molto prima che la metamorfosi fosse evidente. Aveva visto con chiarezza l’avvento di una normalizzazione capillare, fondata non sulla repressione ma sul desiderio: tutti uguali, tutti intercambiabili, tutti consumatori. La sua critica non era un rifiuto ideologico del moderno, ma un’allerta lacerante sulla perdita di diversità, di dialetto, di corpo, di conflitto. Una premonizione che oggi si manifesta pienamente nella sovrapposizione tra linguaggio e mercato, tra identità e immagine, tra aspirazione e merce.

Il cinema, più di ogni altra forma, fu il luogo dove tentò di resistere a questo processo. Voleva “stare dentro la realtà”, non ricostruirla: attraversarla con la macchina da presa come si attraversa un corpo vivo, non una scenografia. Un gesto che torna nel Decameron, quando si mette in scena come Giotto: un autoritratto programmatico, un modo per dichiarare che l’artista è colui che tocca la materia fino a farle prendere forma.

In questa linea si inserisce anche La Rabbia nella sua versione restaurata. Quel film-saggio del 1963, montato tra cinegiornali e versi, è ancora oggi una delle riflessioni più potenti sul rapporto tra potere, immagini e coscienza collettiva. Per Pasolini contestare significava non distruggere, ma illuminare: non opporsi per negazione, ma creare uno spazio critico dove le contraddizioni diventano visibili. Era una contro-pedagogia che chiedeva allo spettatore – allora come oggi – di non sottrarsi alla complessità.

Pasolini oggi: alcuni progetti per il cinquantenario della morte

Nell’orizzonte dell’attualità di Pasolini si inseriscono diverse iniziative dal carattere non solo commemorativo. Tra queste, l’apertura di Casa Pasolini, un bilocale conservato con cura, dove Pier Paolo Pasolini abitò con la madre all’inizio degli anni Cinquanta. È uno spazio essenziale, attraversato da una luce tagliente, affacciato su Rebibbia, che restituisce un frammento vivo di biografia. Il recupero dell’appartamento, acquistato da Pietro Valsecchi e Camilla Nesbitt e poi donato al Ministero della Cultura, è stato condotto con un rispetto quasi filologico: i parati in tessuto, i colori, gli spessori dell’epoca sono rimasti intatti. Il tutto non nasce per cristallizzare una memoria, ma per riattivarla, e il primo progetto espositivo, La verità non sta in un solo sogno ma in molti sogni. Le case di Pasolini a Roma, intreccia fotografie, filmati, materiali d’archivio dentro gli ambienti domestici.

Tra le altre iniziative, Pasolini tra materia e luce alla Galleria Fidia (fino al 5 dicembre 2025) riflette sul rapporto del poeta con l’immagine come corpo sensibile, riportando al centro la forza plastica del suo cinema e della sua scrittura visiva. Dentro la Roma di Pasolini, alla Biblioteca Guglielmo Marconi (fino al 30 novembre 2025), ricompone invece la città come paesaggio emotivo e politico, seguendo le sue traiettorie tra borgate, strade, margini. Completa il percorso Pasolini. Anatomia di un omicidio, a Bologna (dal 30 ottobre 2025 all’8 febbraio 2026), che affronta con rigore la notte di Ostia e la sua eredità collettiva.