Il nuovo fronte culturale di Rosalía che manda in crisi la grammatica del pop

Folklore, arte, simboli sacri e moda estrema per ridisegnare l’immaginario del presente. L'ultimo capolavoro di Rosalia

Con Berghain, primo singolo del progetto Lux, Rosalía non propone semplicemente un nuovo disco: costruisce un ambiente visivo, un luogo concettuale in cui musica, immagini e simboli convivono con la stessa densità di una mostra d’arte contemporanea. Da anni la cantante catalana lavora sul limite tra tradizione e sperimentazione, dimensione locale e globale, corporeo e spirituale, inglobando musica colta, folklore, moda, cinema e performance. Ma ciò che rende Lux radicale non è tanto l’ibridazione dei generi quanto l’uso del pop come mezzo per articolare un linguaggio visivo, che attinge al barocco in un senso profondamente contemporaneo.

La genealogia più interessante per comprendere Lux passa attraverso il lavoro dell’artista sevillana Pilar Albarracín, figura chiave della scena spagnola dagli anni Novanta. Albarracín ha costruito un’intera poetica smontando l’immaginario folklorico (mantones, flamenco, toreri e rituali) e reinserendolo in contesti surreali e intimi, rivelando la complessità identitaria e politica che porta con sé. In Berghain questo approccio non viene imitato ma condiviso, rinnovato, ripensato. In un’intervista recente su el mundo, quando la Albarracín afferma che «oggi ci sono artiste come Rosalía o C. Tangana che lavorano in territori simili», non parla di somiglianze estetiche, ma di una comune operazione antropologica: trasformare oggi ciò che viene percepito come tradizione in un campo di tensioni, in un materiale vivo e ambivalente.

Rosalía, da parte sua, non riprende il folklore come cliché: lo attraversa con la consapevolezza critica che Albarracín ha reso possibile nella cultura visiva spagnola. In Berghain, un’orchestra che invade un salotto, una processione urbana di musicisti, un gesto domestico trasformato in rituale sono strategie che dialogano con la performance contemporanea, non con l’immaginario mainstream della tradizione popolare.

E si tratta di un rapporto con il passato che non produce una nostalgia priva di significato, ma un’inquietudine produttiva che genera simboli sempre nuovi. Le atmosfere perturbanti, le presenze enigmatiche, gli animali che compaiono come apparizioni richiamano una sensibilità che oggi attraversa il cinema, pensiamo a Lars von Trier o a Yorgos Lanthimos ma in generale un grande filone della produzione culturale visiva. Lux appartiene a questa famiglia estetica: non vuole rassicurare, vuole aprire varchi, suggerire un mondo in cui sacro e profano non si oppongono ma si mescolano, proprio come nel barocco europeo.

L’iconografia religiosa fa la sua comparsa sotto spoglie molto diverse, dal velo bianco che accompagna la copertina del disco, con evidenti richiami ai panneggi della scultura classica, che diventa l’immagine simbolo di questa sospensione tra sacro e quotidiano, richiamando tanto la liturgia quanto la performance. Ma è un esempio anche la presenza del Sacro Cuore appeso sopra il letto della protagonista. Ecco, non si tratta di simboli religiosi, ma un modo per indicare fin da subito lo spazio ibrido in cui si muove Lux: un territorio in cui identità, ruoli e immagini si trasformano. In questo mosaico simbolico compare anche La dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci, appesa nel laboratorio del gioielliere. Un dettaglio in apparenza marginale ma che inscrive la protagonista dentro una linea iconografica che tiene insieme grazia, inquietudine e cambiamento.

In questo scenario di suggestioni, anche la moda non è un dettaglio ma un elemento strutturale del racconto visivo. Il titolo Berghain rimanda alla celebre discoteca techno di Berlino, luogo iconico della cultura notturna europea. Rosalía tuttavia non riproduce l’estetica del club, ma ne assume il significato culturale: l’idea di un posto in cui avviene una trasformazione, in cui ciò che è ordinario diventa altro.

E per raccontare questa metamorfosi, lo stylist José Carayol sceglie capi d’archivio degli anni Novanta e Duemila. Accanto a un Balenciaga firmato da Nicolas Ghesquière, emergono soprattutto i pezzi di Alexander McQueen, inclusi quelli della sua fase in Givenchy. McQueen, probabilmente il designer che più di ogni altro ha saputo unire teatralità, violenza simbolica, romanticismo oscuro e sacralità laica, non è una semplice citazione di stile ma anche qui un ulteriore elemento chiave simbolico del progetto.

Con Lux, Rosalía mostra che il pop può essere un linguaggio capace di assorbire tutto: memoria, rituali, icone, contraddizioni. Non guarda all’antico per imitazione, ma per frizione: lo usa come materiale per leggere il presente, per ampliarlo, per complicarlo. Il risultato non è un esercizio di stile, né un gesto provocatorio. È la costruzione di uno spazio espressivo dove musica, immagini e simboli convivono senza gerarchie, come in un’opera che si sviluppa in più direzioni contemporaneamente.