Raffaele Mattioli appartiene a quella stirpe rara di figure che non si limitano a dirigere un’istituzione, ma ne trasformano il senso. Quando nel 1933 prese in mano le redini della Banca Commerciale Italiana, «a soli 38 anni», come ricorda Gian Maria Gros-Pietro, la Comit stava attraversando una vera crisi di identità: un gigante industriale privo però degli strumenti per gestire il credito ordinario. Mattioli comprese che la risposta non poteva essere soltanto organizzativa. Occorreva restituire al lavoro bancario profondità, consapevolezza, responsabilità.
La sua rivoluzione partì da un principio semplice e quasi spiazzante: «la gestione del credito è una grave responsabilità, non certo un lavoro da burocrate». Per Mattioli la professionalità non coincideva con la rigida standardizzazione, ma con la capacità – umana, prima ancora che tecnica – di valutare le circostanze. In un’epoca dominata dalla fascinazione del fordismo, egli rifiutò l’idea di un lavoro “a prova di errore”, dove l’apporto personale è ridotto al minimo. Anzi, come sottolinea Gros-Pietro, si propose di «inserire in ogni atto la consapevolezza e la valutazione delle circostanze e delle conseguenze», restituendo autonomia e responsabilità alle filiali, cuore vivo della banca.
La formazione divenne così il vero motore della rinascita della Comit. Una formazione «continua» e «invisibile», capace di modellare nel tempo lo sguardo critico dei banchieri, dando loro conoscenze specialistiche ma anche una visione ampia del mondo produttivo. Questo approccio trasformò la banca in un vivaio di competenze che, come osserva Gros-Pietro, mirava a «portare le loro competenze a vantaggio del Paese».

La stessa idea di legare credito e cultura attraversa tutta la figura di Mattioli. La fondazione, nel 1946 insieme a Benedetto Croce, dell’Istituto Italiano di Studi Storici è la testimonianza più alta della sua convinzione che il banchiere debba essere un cittadino colto, responsabile, partecipe del destino della sua comunità. Cultura, solidarietà, impegno civico: in queste parole Gros-Pietro riconosce «altrettante eredità condivise» che orientano ancora oggi la sensibilità civile di Intesa Sanpaolo.
Il contributo di Mattioli non riguarda però solo la dimensione umanistica. Gaetano Miccichè ne ricorda l’attitudine analitica e la capacità di leggere l’impresa nella sua verità economica: «È stato il primo a esaltare l’importanza del conto economico e dell’analisi dell’azienda, accanto allo stato patrimoniale». Un approccio che anticipa il moderno risk assessment, fondato non soltanto sui numeri, ma su una conoscenza profonda di strutture, persone, processi. Da qui anche il valore dell’“intuito personae”, quella dote – irrinunciabile per Mattioli – che permette di capire immediatamente se un imprenditore «è capace di onorare gli impegni».
Fu proprio questa visione a condurlo verso il credito mobiliare, allora una frontiera quasi inesplorata. Come ricorda Miccichè, Mattioli comprese che serviva uno strumento capace di sostenere la crescita industriale assumendo un rischio simile a quello dell’azionista. Nasce così Mediobanca, creata nel 1946 «per sopperire alla sotto-capitalizzazione delle imprese». Una scelta destinata a cambiare la struttura finanziaria del Paese.
Accanto allo sguardo di Gros-Pietro e Miccichè, l’analisi di Paolo Grandi contestualizza l’azione di Mattioli entro una più ampia tradizione di responsabilità bancaria. La storia di Cariplo, da lui definita «lievito dell’economia e della società civile», mostra come la cultura del credito sviluppata in quegli anni abbia radicato nel tempo un’idea di banca come attore dell’economia reale, capace di intervenire non solo come finanziatore, ma come compagno di crescita. È all’interno di questo solco che si legge l’attualità del pensiero di Mattioli: una banca come istituzione autonoma, competente, «punto di riferimento credibile» – per usare le parole di Grandi – nella vita economica e civile.
Ma il lascito più potente di Mattioli, quello che oggi risuona con maggiore urgenza, riguarda il ruolo pubblico della banca. Nel pieno del boom economico italiano, osservava con lucidità: «Le risorse disponibili vanno inventariate e utilizzate secondo una ben graduata e concatenata scala di priorità. Altrimenti non vi sarà alcun miracolo». Una frase che, per Gros-Pietro, conserva «un’assoluta attualità, e ormai urgenza».
In un presente segnato da transizioni globali, instabilità geopolitiche e sfide ambientali, Mattioli ci consegna una bussola: il credito come intelligenza e responsabilità, la banca come attore sociale, la cultura come fondamento dell’azione economica.


