Dal 1982 al 1987 su Rai2 andò in onda il programma “Tandem”, condotto da un giovanissimo Fabrizio Frizzi, che in diretta dagli studi di via Teulada a Roma donava agli spettatori un paio d’ore di giochi, rubriche, telefilm e cartoni. Il pubblico che lo seguiva era formato da giovani e giovanissimi che, un’edizione dopo l’altra, apprezzarono sempre di più il “ taglio” del format, luogo di sperimentazione di tecnologie in costante sviluppo: Commodore 64, videogiochi, quiz elettronici e laser.
Tra queste splendide “diavolerie”, a rapire l’attenzione dei telespettatori fu soprattutto il cabinato di Dragon’s Lair, sul quale i concorrenti si misuravano in una partita; parliamo di un videogame arcade su LaserDisc pubblicato da Cinematronics, basato su filmati a cartone animato realizzati da Don Bluth Animation. Proprio il “papà” di Dragon’s Lair, uno degli ultimi maestri dell’età dell’oro dell’animazione, ha scritto un’autobiografia pubblicata in Italia da Rai Libri. Ed è un cerchio che si chiude.
“La mia vita a cartoni animati”, recita il sottotitolo del libro Somewhere out there (collana Digital Loop, 384 pagine, 22 euro) – la traduzione è a cura di Mario Bellina con la collaborazione di Carolina Avitabile –, che già dalla quarta di copertina mette in chiaro sul carattere di Don Bluth, animatore, regista e produttore cinematografico mai avido nel suo essere schietto. Osando contro tutto e tutti «Mi è stato chiesto mille volte, nell’arco della mia carriera: “Perché hai lasciato la Disney?”. Ho sempre dato la stessa risposta. Sentivo che lo spirito di Walt aveva lasciato la Disney».

Già, dopo aver contribuito a una serie di classici intramontabili – La bella addormentata nel bosco (1959), La spada nella roccia (1964), Robin Hood (1973), Le avventure di Winnie the Pooh, Le avventure di Bianca e Bernie, Elliott il drago invisibile (tutti del 1977) – “l’artigiano dei sogni” nato a El Paso ha deciso di rischiare fino in fondo e di avviare la propria casa di produzione. «Sentivo che la mia creatività era soffocata e volevo difendere l’animazione tradizionale, quella che era stata per me una fonte d’ispirazione. Sentivo che di quell’animazione non c’era più traccia nei Disney Studios». Uno spirito tremendamente curioso, il suo, che oggi gli fa dire: «Quando mi sento sotto assedio dai social media, dallo smartphone o dalla tv, mi concedo il lusso di visualizzare mentalmente le immagini del libro che sto leggendo, o del sogno che ho appena sognato o della musica che sto ascoltando».
In Somewhere out there, dove non mancano alcuni sketch che rendono la lettura ancora più immersiva, Bluth racconta (con dovizia di particolari) la sua vita e la sua splendida carriera nel mondo dell’intrattenimento. L’infanzia nel Texas rurale e nello Utah, la fede in Dio che lo avrebbe indotto ad accettare la chiamata e partire come missionario, fino all’ingresso, a soli diciott’anni, negli Studios di Hollywood al fianco del suo idolo, Walt Disney. Un backstage a seguire la vocazione artistica e a coltivare la fantasia nel modo più libero possibile. Come per Bluth, classe 1937, è tuttora: «È importante sviluppare la propria creatività. Per quanto mi riguarda, nel corso di tutta la mia vita adulta ho fatto molto affidamento sui muscoli creativi del mio cervello per tirarmi fuori dai guai oppure risolvere situazioni imbarazzanti».

Suddiviso in tre atti, attraverso trenta capitoli snelli e scorrevoli, il volume gode della prefazione del giornalista e critico cinematografico Oscar Cosulich, che (correttamente) definisce la carriera di Bluth «una montagna russa in cui successi e fallimenti si alternano incessanti, mentre l’autore continua a perseguire il sogno di un’animazione tradizionale di qualità». Un miraggio divenuto poi realtà nei suoi lavori, premiati e acclamati da pubblico e critica, capaci di segnare più generazioni: da Brisby e il segreto di NIMH (1982) a Fievel sbarca in America (1986). E ancora, il lungometraggio d’animazione Alla ricerca della valle incantata (1989).
Senza tralasciare, appunto, il rivoluzionario videogioco Dragon’s Lair. Così Stefano Porcari, direttore marketing e comunicazione, ma anche collezionista e appassionato di animazione, illustrazioni e videogiochi: «Ricordo il giorno in cui, da bambino, lo vidi per la prima volta. Il cabinato era nell’allora sala giochi del Luneur, a Roma. Fu un colpo di fulmine: eravamo passati dai giochi “pixelati” a un cartone animato con il quale, però, noi appassionati potevamo interagire. C’era anche la bellezza del doppio schermo montato, intorno a quale si radunavano sempre molte persone per osservare la partita intorno al giocatore. Senza però mai disturbarne la concentrazione».
Una piccola, grande rivoluzione nell’universo videoludico? «Certamente – replica Porcari –, e anche se la meccanica risulta un po’ ripetitiva, Dragon’s Lair offre sempre nuovi spunti. Senza dimenticare che, in questo gioco, l’abilità ha un peso importante. Ancora oggi, quando ho un po’ di tempo libero, mi diverto con tutte le console sulle quali l’ho installato. È un patrimonio degli anni ‘80 che non va disperso».

Info: www.railibri.rai.it


