Da Venerdì 7 novembre è disponibile su Netflix il nuovo adattamento di Frankenstein diretto dal tre volte premio Oscar Guillermo del Toro, un film attesissimo da critica e pubblico, dal momento che il regista si è detto da sempre un grande estimatore del romanzo di origine di Mary Shelley. Le precedenti pellicole sono infarcite di omaggi e riferimenti smaccati, non solo al libro, ma persino ad altri film con protagonista una delle più grandi figure orrorifiche della storia del cinema. Pertanto lo stile del regista messicano si presta benissimo al romanzo, così come il tono che caratterizza tutta la sua filmografia, in un costante binomio tra fiaba e grottesco/orrore.
Il cineasta ha effettuato un eccellente lavoro in termini di fotografia e raccolta di tavole di ispirazione per le varie inquadrature. Frankenstein di Guillermo del Toro, nonostante la commissione e la mediazione della piattaforma Netflix, è una pellicola dal forte sapore autoriale, artistico, visivo e immaginifico. Per ottenere queste sfumature il regista ha omaggiato celebri pittori della storia dell’arte, attraverso famose opere che echeggiano in molte inquadrature. Frankenstein del 2025 si rivela quindi un accostamento tra dipinto e inquadratura e il direttore della fotografia Dan Laustsen ha collaborato ottimamente con il regista, lavorando sulle luci, sulle ombre e sui colori, per restituire delle immagini mozzafiato e il più possibile simili ai quadri scelti.

L’ossessione per lo studio e la conoscenza
Appare per pochi minuti in scena, ma il personaggio di Leopold Frankenstein interpretato da un magistrale Charles Dance, già anticipa e sottolinea il rapporto che si verrà a delineare tra lo scienziato Victor e la sua creatura. Leopold relega Victor in biblioteca e costringe il giovane figlio allo studio costante e lo punisce con violenza al minimo errore, anticipando la mostruosità che si nasconde nell’uomo, un tema presente nel romanzo di Mary Shelley e portato in scena da Guillermo del Toro nel film del 2025.

Un’inquadratura nello specifico rievoca nella messa in scena e nella posizione assunta dall’attore britannico il quadro Il topo da biblioteca del pittore tedesco Carl Spitzweg del 1850, un simbolo dell’iconografia della biblioteca.
Il lato malinconico e romantico della storia, Elizabeth di Mia Goth

L’attrice e modella britannica Mia Goth già da diversi anni lavora regolarmente in film horror. Nel film di Guillermo del Toro interpreta un duplice ruolo: a inizio pellicola infatti è la madre del giovane Victor Frankenstein, mentre nella seconda parte prende il ruolo di Elizabeth Lavenza, la fidanzata di Victor Frankenstein. Il suo personaggio nonostante un minutaggio contenuto è molto centrale, ed è legata non solo allo scienziato Victor Frankenstein, ma anche alla Creatura, per la quale prova un senso di compassione, se non addirittura amore.


Tra i quadri omaggiati in cui compare in scena Elizabeth c’è senza dubbio nel primo toccante incontro con la creatura (interpretata – sembra quasi ridondante ripeterlo – da Jacob Elordi) un chiaro omaggio al famoso affresco di Michelangelo La Creazione di Adamo (del 1511).
Dopodiché altro celebre dipinto evocato nel film è L’incredulità di San Tommaso di Caravaggio (1600), nel momento in cui Elizabeth tocca incredula le cicatrici della creatura. Proprio come rappresentato nel quadro l’apostolo che, non avendo assistito alla prima apparizione di Gesù risorto, si rifiuta di credere e chiede di vedere e toccare le ferite di Cristo per poter avere una prova tangibile della sua resurrezione anche Elizabeth è sorpresa, infatti nella scena seguente corre dallo scienziato Victor a chiedere spiegazioni in merito. Successivamente altro quadro omaggiato è L’imperatrice Elisabetta di Franz Xaver Winterhalter nella scena in cui Victor và a trovare la fanciulla poco prima del matrimonio con il fratello William Frankenstein. Per concludere l’altro quadro con lei presente è Ofelia di John Everett Millais nell’ultimo cruciale e struggente incontro con la creatura, emblema di un amore tragico e impossibile.


Una creatura rianimata nella natura morta
Segnato da un’infanzia difficile e dal trauma della perdita della madre quando era piccolo, il film parla di uno scienziato che è ossessionato dal desiderio di portare in vita le persone. Una figura archetipica, un prometeo della scienza che vuole rubare il fuoco della conoscenza e non a caso il fuoco è presente a lunghi tratti nella pellicola. Ma ancor più presente nel film è la natura funebre attraverso un topos ricorrente nella storia dell’arte che non poteva mancare nel Frankenstein di del Toro, ossia la natura morta. Il riferimento più calzante è il quadro Natura morta del XVII secolo con il simbolo macabro del teschio.




La torre in cui Victor lavora per realizzare la creatura presenta una grandissima scultura che richiama fortemente la testa della medusa. Infatti entrambi presentano la bocca spalancata in procinto di urlare, i capelli lunghi ondulati e uno sguardo terrorizzato. Stavolta l’opera di riferimento è la Medusa di Caravaggio, un olio su tela montato su uno scudo risalente al 1597. Il simbolo del teschio torna nuovamente non appena il personaggio della creatura è finalmente libero dalle grinfie del creatore (nei panni di Oscar Isaac). Solo e spaesato nel bosco si imbatte in un teschio e l’inquadratura rievoca l’illustrazione Amleto tiene il teschio di Yorick, tratta dall’Atto V, Scena I dell’Amleto di William Shakespeare.


Il legame con il “Nosferatu” di Robert Eggers
Il film è un remake e in quanto tale sottolinea la sua natura di riadattamento attraverso una costante tendenza postmoderna del cinema di omaggiare e riferirsi ad opere precedenti. Il film dialoga con una pellicola dello stesso genere uscita nel 2024, anche in quel caso remake di uno storico film horror, ovverosia il Nosferatu di Robert Eggers. Entrambi condividono un eccelso lavoro in termini di immagini e composizione artistica, quasi pittorica delle inquadrature. Entrambe le pellicole sono incentrate su delle figure orrorifiche iconiche della storia del cinema ed entrambe sono costellate di nature morte, opere artistiche e dipinti macabri. Il finale di Nosferatu mette l’accento con un un’ultimissima inquadratura che omaggia esplicitamente il quadro sottostante, La morte e la fanciulla di Egon Schiele (1915).

La Creatura come erede inattesa dell’immaginario romantico
E per concludere la nave incastrata nel ghiaccio sin da inizio film, che viene solo al termine della pellicola liberata dal personaggio della creatura, per come è messa in scena richiama la verticalità di un famoso quadro di Caspar David Friedrich, Il naufragio della Speranza. Non finisce qui, perché l’inquadratura finale, con la creatura ripresa di spalle che osserva la nave salpare verso una radiosa alba, omaggia nuovamente uno dei più importanti pittori tedeschi del romanticismo. Stavolta il quadro che ha ispirato il regista e il direttore della fotografia Dan Laustsen è il celebre Viandante sul mare di nebbia (1818).
“Il giorno si trascina anche se le tempeste bloccano il sole, così come il cuore si spezzerà, ma continuerà a vivere anche da spezzato”. – Lord Byron


Su Netflix, Frankenstein di Guillermo del Toro


