Lirica e attualità nel documentario “Ai Weiwei’s Turandot”

Il documentario realizzato da Maxim Derevianko esplora il backstage di una storica opera lirica riadattata dall'artista cinese Ai Weiwei

Durante la 66esima edizione del Festival dei Popoli, il regista Maxim Derewianko ha presentato il suo documentario dal titolo Ai Weiwei’s Turandot. Il docufilm racconta la realizzazione dell’opera di Giacomo Puccini diretta dall’artista cinese Ai Weiwei, nel Teatro dell’Opera di Roma nel 2018, ispirandosi al capolavoro Turandot, in una chiave più contemporanea e politica. Di fatto il film esce a cento anni di distanza dalla prima rappresentazione dell’opera teatrale. L’intento del documentario è duplice: dimostrare l’attualità dell’opera di Puccini, e mostrare le affinità tra il Turandot e la vita di Ai Weiwei, un progetto calzante per un’artista noto per le sue installazioni, sculture e fotografie che denunciano l’autorità, difendono i diritti umani e la libertà di espressione.

Non è un caso che nel 1987 l’artista cinese era stato una comparsa in un altro rifacimento dell’opera, a cura di Franco Zeffirelli, nel Metropolitan Theater di New York. Durante quell’occasione, oltre innamorarsi dello spettacolo, conobbe Chiang Ching, artista e coreografa proveniente da lì collaboratrice solidale per i successivi lavori. La coreografa ha definito il Turandot di Ai Weiwei “Una narrazione fatta di resistenza, identità e ricerca di verità”

L’ultimo componimento teatrale di Puccini

La Turandot è un’opera lirica in tre atti e cinque quadri di Giacomo Puccini, basata su un’omonima commedia di Carlo Gozzi. L’opera è ambientata in una favolosa Pechino, dove la principessa Turandot mette alla prova i suoi pretendenti con tre enigmi; chi fallisce viene decapitato. Il Principe Calaf riesce a superare la prova, ma per sciogliere la sua freddezza, le offre un’altra sfida: se lei scoprirà il suo nome, potrà farlo uccidere. La storia si conclude con l’amore che vince sulla crudeltà, ma Puccini morì prima di completare il finale, che fu poi terminato da Franco Alfano. Tuttavia esistono anche altri finali alternativi realizzati da i singoli autori che hanno trasposto il lavoro nel corso degli anni.

Libertà di espressione

Il giovane regista del documentario Maxim Derevianko, un figlio di dissidenti russi realizza un film sull’arte come forma di resistenza e attivismo. Derevianko era già a conoscenza dell’eccelso lavoro svolto da Ai Weiwei e ha dichiarato quanto segue:

“Conoscevo Ai Weiwei come un simbolo della libertà di parola, un’attivista per i diritti umani, un rivoluzionario che usa l’arte in tutti i suoi mezzi come strumento provocatorio per trasmettere il suo personale messaggio pieno di umanità al mondo. Ho sviluppato un’affinità artistica con lui; poiché sono cresciuto in una famiglia in cui la libertà di parola veniva messa in discussione, ho sentito subito affine il suo messaggio. Mettere in scena quest’opera non significava semplicemente aprire il sipario e far suonare la musica per qualche ora, ma trasmettere un messaggio d’amore, di libertà di espressione”.

Ai Weiwei con il suo debutto nella lirica ha trasformando l’opera in una riflessione sul potere, le regole della società e la manipolazione delle masse.

Le produttrici di Ai Weiwei’s Turandot sono Marta Zaccaron e Christine La Monte, con il contributo del Ministero della Cultura, la sceneggiatura è stata scritta dal regista Maxim Derevianko, Eugenio Fallarino, Silvia Pelati e Michele Cogo. I paesi di produzione dell’opera audiovisiva sono l’Italia e gli Stati Uniti D’America. In effetti Ai Weiwei’s Turandot non è stato presentato solo al Festival dei Popoli, ma anche al Film Fest Gent, all’Hot Docs 2025, al Krakow Film Festival 2025 e al Santa Barbara Film Festival 2025. Ai Weiwei’s Turandot è stato in sala il 5 novembre al cinema La Compagnia per la sua premiere italiana.