Il sogno di un reparto interamente dedicato all’arte digitale da parte di Christie’s dura appena tre anni. La storica casa d’aste ha infatti annunciato la chiusura del dipartimento nato per cavalcare l’onda del boom NFT del 2021, quando la vendita record del collage di Beeple aveva consacrato il digitale come nuova frontiera dell’arte. D’ora in avanti dunque, le opere digitali confluiranno ora nella più ampia categoria dell’arte del XX e XXI secolo. Una scelta che riflette sia la contrazione del mercato, con scambi e valutazioni molto lontani dai picchi di tre anni fa, sia la volontà della nuova direzione di razionalizzare l’organizzazione interna.



La decisione ha comportato alcuni licenziamenti, tra cui quello di Nicole Sale Giles, vicepresidente e responsabile del dipartimento, mentre altri specialisti saranno assorbiti in differenti aree dell’azienda. Per molti osservatori non si tratta soltanto di un arretramento, ma piuttosto di un passo verso la normalizzazione: l’arte digitale non è più un fenomeno da hype, ma un linguaggio che, per sopravvivere, deve misurarsi con le logiche e i ritmi consolidati del mercato dell’arte contemporanea. Resta ora da capire quale sarà l’impatto su artisti, collezionisti e piattaforme: Christie’s continuerà quindi a proporre opere digitali, ma senza lo slancio promozionale che il dipartimento dedicato garantiva. Il segnale al settore è chiaro: il digitale non è morto, ma non basta la novità tecnologica per reggere un intero ecosistema.
Cosa resta allora del mercato NFT?
Il ridimensionamento del dipartimento digitale di Christie’s è anche lo specchio di un settore che, dopo l’euforia del 2021, ha vissuto un brusco ritorno alla realtà. Il mercato degli NFT, esploso con cifre milionarie e l’ingresso di nuovi collezionisti attratti dalla promessa di rivoluzione tecnologica, ha progressivamente perso slancio. Prezzi in calo, volumi di scambio dimezzati e casi di frodi o progetti effimeri hanno contribuito a raffreddare l’entusiasmo.



La mossa di Christie’s non sancisce la fine del digitale, ma segna piuttosto la sua maturazione: le opere nate in blockchain non saranno più trattate come una curiosità separata, bensì integrate nelle pratiche consolidate delle vendite di arte contemporanea. Un passaggio che potrebbe rafforzarne la credibilità sul lungo periodo, ma che al tempo stesso riduce la visibilità di un comparto che senza hype rischia di scomparire dai radar dei grandi collezionisti.


