Perché se i musei si fanno sponsorizzare dalle compagnie petrolifere è un problema

La Museums Association rimarca il ruolo dei musei come attori civici proponendo di rivedere i criteri etici di finanziamento delle istituzioni culturali

Nell’ecosistema culturale contemporaneo, i musei non sono soltanto luoghi di conservazione e di esposizione: sono spazi politici, luoghi simbolici nei quali si riflettono le tensioni della società. Non sorprende quindi che il tema delle sponsorizzazioni — da sempre considerato un terreno pragmatico, quasi tecnico — stia diventando oggi un banco di prova etico.

A dare una spinta in questa direzione è la Museums Association (MA), l’organismo che riunisce musei e gallerie del Regno Unito, che ha pubblicato la bozza del nuovo Code of Ethics, aprendo un dibattito destinato a segnare una svolta. Per la prima volta, il testo menziona esplicitamente le compagnie fossili e invita le istituzioni a «transitare lontano» dalle sponsorizzazioni provenienti da organizzazioni coinvolte in danni ambientali, violazioni dei diritti umani e pratiche contrarie ai valori del museo.

Per i musei è una questione di coerenza

La proposta non si limita a indicare un rifiuto: spinge invece a ripensare radicalmente il modello di sostenibilità economica, invitando i musei a ricercare fondi da fonti etiche e responsabili, in grado di rispecchiare l’identità dell’istituzione e di servire il bene delle comunità. È un passaggio che, se approvato dai membri in vista dell’assemblea generale di ottobre, potrebbe costituire un precedente di rilievo internazionale.

La questione non è puramente teorica. In un contesto segnato dall’urgenza climatica, continuare ad accettare sostegni da colossi dell’energia fossile equivale a perpetuare un paradosso: da un lato musei e gallerie si presentano come avamposti di conoscenza, educazione e sensibilizzazione ecologica, dall’altro mantengono relazioni economiche con soggetti accusati di accelerare la crisi planetaria. È questa tensione, sempre più percepita dall’opinione pubblica, che mette sotto pressione le istituzioni culturali britanniche.

Anche il British Museum va a petrolio

Negli ultimi anni, diverse realtà hanno infatti annunciato nuove partnership con compagnie del settore, suscitando proteste da parte di associazioni, artisti e cittadini. Il caso più emblematico è quello del British Museum, che nel 2023 ha stretto un accordo decennale con BP, tra i maggiori player a livello mondiale nel settore energetico e soprattutto del petrolio e del gas naturale. In più, il museo britannico ha rinnovato il legame con BP appena dopo una sua breve interruzione, fortemente voluta dagli attivisti di Art Not Oil Coalition. Analogamente, lo Science Museum – pure interessato da numerose proteste – ha legami con Adani Green Energy, parte di un conglomerato tra i maggiori produttori di carbone al mondo. Sono scelte che hanno alimentato la percezione di una profonda contraddizione tra i valori dichiarati dalle istituzioni e le pratiche concrete di finanziamento.

I musei come attori civici

La pressione arriva dunque non solo dal mondo dell’attivismo, ma anche da una crescente sensibilità interna al sistema dell’arte, che riconosce come l’indipendenza culturale non possa prescindere da una coerenza etica. Le nuove linee guida della MA non pongono semplicemente un vincolo: aprono una riflessione sul ruolo stesso dei musei come attori civici e come laboratori di immaginazione per futuri più sostenibili.

In gioco non c’è soltanto la provenienza dei fondi, ma il capitale simbolico della cultura. Accettare o rifiutare una sponsorizzazione significa oggi schierarsi rispetto a una visione del mondo, decidere se la funzione del museo sia quella di specchio neutro della società o di coscienza critica capace di orientarne le scelte. La risposta, forse, non potrà essere rinviata ancora a lungo.