Precious Okoyomon, il seme della tenerezza infestante nel giardino multispecie

Precious Okoyomon racconta la propria pratica artistica tra centralità della dimensione naturale e riflessione su tematiche attuali

L’ immagine più potente che emerge dalle parole di Precious Okoyomon è il paragone fra la sua ricerca e la dimensione naturale. Articolati come veri e propri ecosistemi multispecie, i lavori dell’artista ci ricordano come l’essere umano non sia il centro dell’universo ma sia solo una presenza collaterale, ridotto a sfondo nelle sue complesse scenografie. Artista di origini nigeriane, nasce a Londra ma vive la maggior parte della sua vita in America, dedicandosi anche alla poesia e alla cucina. La sua pratica si incentra su tematiche estremamente attuali, tra cui appunto la natura ma anche la storia del colonialismo, delle migrazioni e dell’identità nera, raccontate in una narrazione fatta di continui richiami iconografici.

In Earthseed (2020) e To See the Earth Before the End of the World (2022), ad esempio, la canna da zucchero e il kudzu sono solo l’espediente per parlare di sfruttamento e del rapporto tra identità nera e schiavitù nelle piantagioni americane. Così come l’opera Drop of Sun Under the Earth (2019), allude invece alle Lanthern Laws, un codice del XVIII secolo che imponeva ai neri, ai meticci e agli indigeni di portare con sé delle lanterne se si aggiravano per New York dopo il tramonto senza la compagnia di un bianco.

La ricerca intersezionale di Okoyomon, persona non-binary e nera, abbraccia un’impostazione interdisciplinare nella quale il linguaggio, la scultura, il disegno, il suono e l’installazione confluiscono in un unico spazio. In questi mondi creati dall’artista, l’artificiale si unisce a una natura selvaggia, indomabile, creando zone ibride di contatto popolate da angeli, peluche, agnelli e orsetti dai richiami ludici e infantili. In un tempo dilatato e intimo, Okoyomon coltiva con dedizione il suo giardino delle meraviglie, gettando semi su un terreno in cui c’è ancora spazio per una rivoluzione fatta di amore e di profonda tenerezza.

La storia della canna da zucchero, la vite del kudzu, le Lanthern Laws: le tue opere raccontano una narrazione alternativa, decoloniale, che sfida la supremazia cis-eteropatriarcale. Quanto gioca lo studio della storia nel plasmare gli ambienti e le immagini che crei?

L’umanità ha l’ossessione di cercare di ripetere e ricreare la storia. Fare un lavoro di archiviazione, di memoria e di digestione insieme credo che ci aiuti a stare con il passato, ma anche a imparare da esso in modi nuovi che lo rendono meno terrificante. Per me è importante cercare di fare questo lavoro per creare un tempo fuori dal tempo in cui le persone possano elaborare accuratamente questi elementi. Partendo da uno dei tuoi lavori precedenti, A Drop of Sun Under the Earth, come si è evoluta la tua pratica artistica nel corso degli anni? È bello pensare a tutto come a dei semi. Quel lavoro ha fatto germogliare molti temi che ho toccato anche nella mostra alla Kunsthaus Bregenz, One either loves oneself or knows oneself. Tutto mi aiuta nel percorso verso la realizzazione del passo successivo. È come se, in un modo quasi divertente, questa fosse la gioia del giardinaggio: il fatto di conservare i semi per la stagione successiva e raccogliere i frutti. Alcune cose muoiono, altre fioriscono da quel terreno. È bellissimo, perché in un certo senso non avrei potuto arrivare dove sono oggi senza quelle strutture di gioco per me fondamentali.

Sfogliando il libro del 2024 But Did You Die?, c’è una sperimentazione nel modo in cui viene gestito lo spazio della pagina, dove le parole sembrano staccarsi e andare alla deriva al di là dei layout convenzionali. Le parole scritte e le arti visive sono davvero così libere?

Sì, è molto semplice: la poesia è preghiera e la preghiera ci avvicina alla libertà. I modi in cui trovi te stesso muovendoti nella pagina, è come una spirale. A volte la memoria ha bisogno di vomitare sulla pagina e non può essere catturata con precisione. Non può fare altro che occupare tutto lo spazio possibile. Scrivo poesie nel modo in cui parlo, ed è sempre stato così. Probabilmente perché il mio modo di scrivere poesie è prima di tutto “parlarle”. Molte di queste nascono dalle mie note vocali e poi si traducono in poesia. Gran parte del mio mondo è così, simile all’audio: quando arriva sulla carta, fa lo stesso effetto del modo in cui lo dico ad alta voce. Non c’è separazione per me. Forse è un problema. Sono così disordinat*.

Non è un caso che le tue opere spesso − o forse sempre − prendano il titolo da frammenti poetici. Penso a Earthseed (2020), Cuando los corderos se alzan contra el ave rapaz (2024) e To See the Earth Before the End of the World (2022). È la parola a ispirare l’immagine o è l’immagine a richiamare la parola?

Ho un problema: non riesco a visualizzare le immagini nella mia testa. Quindi, gran parte della mia vita è governata dal linguaggio e dal tentativo di creare un’immagine. Il mondo ha senso per me con le parole. Le poesie sono come articolazioni della memoria. Tutto è linguaggio per me, il che è un po’ folle ma è l’unico modo in cui sono riuscit a sentire e vedere il mondo. Sì, dalle poesie nasce tutto.

Le tue opere sono imponenti, fuori scala e inquietanti, proprio come le piante nelle tue installazioni. Qual è il suo rapporto con lo spazio architettonico, con i limiti di una stanza e con gli ambienti artificiali?

Mi lascio travolgere fino a commuovermi dalla storia di uno spazio e dalla sensazione di essere lì dentro, da ciò che può contenere e dalle possibilità che può aprire. Mi innamoro delle architetture. Ad esempio, con la mostra di Bregenz, nell’edificio di Zumthor, mi è sembrato davvero di “sposare” lo spazio per trasformarlo nel mio mondo dei sogni. Ma lavorare davvero con lo spazio significa anche lasciare che cambi ciò che voglio e ciò che penso di sapere. Così a volte l’architettura cambia me e la mia visione. È bello essere cambiati dalle cose.

Nel 2022 hai presentato alla Biennale di Venezia To See the Earth Before the End of the World. Quali sono i tuoi riferimenti teorici e quanto tempo richiede il compimento di un progetto installativo?

Questo progetto ha richiesto due anni di ricerche. È iniziato con una poesia di Ed Robertson, seguita da un lungo periodo di esplorazione, che mi ha fatto arrivare all’opera di Etel Adnon, e infine alla storia della canna da zucchero. Dall’opera teatrale di Édouard Glissant, Monsieur Toussaint, sono tornat* indietro alla rivoluzione haitiana. Sono un avid* studios* e questo si riversa in tutto ciò che faccio. La mia è una costante ricerca di conoscenza, e a volte finisce in uno spazio. Un’installazione richiede fisicamente molto tempo per me, perché ho un’idea molto precisa su come realizzare i miei giardini ed è molto difficile far uscire completamente la visione dalla mia testa se le mie mani non stanno facendo quella cosa. È un lavoro d’amore, sai, il giardino può impiegare quasi un mese per radicarsi. Ma l’idea del giardino può richiedere anche un anno. Sì, i semi hanno bisogno di tempo per crescere.

Cosa significa parlare di ecologia queer nell’era dell’Antropocene?

Vivere in modo frammentario in mondi molteplici.

Per José Esteban Muñoz la queerness riguarda essenzialmente il rifiuto del qui e ora e l’insistenza sulla potenzialità o possibilità concreta di un altro mondo. Gli ambienti crei sembrano davvero altri mondi, teneri e inquietanti. Gli angeli che li abitano annunciano la fine di questo mondo o la nascita di uno nuovo?

Per nostra fortuna, i mondi finiscono e nascono in continuazione. Il ruolo dell’angelo è quello di essere continuamente testimone.

*Precious Okoyomon utilizza i pronomi they/them per definire se stess*, in quanto persona non-binary. Nell’adattamento dell’intervista in lingua italiana si è utilizzato il “tu” per rivolgersi all’artista e l’asterisco per rispettare la sua identità.

Per la Kunsthaus Bregenz, Precious Okoyomon ha realizzato nuove opere in occasione della personale One Either Loves Oneself or Knows Oneself. Stanze che ricordano le sale di consultazione dello psicanalista Sigmund Freud si alternano ad atmosfere familiari e lontane al tempo stesso. Da un soffitto pendono animali impagliati, ibridi, infantili e giocosi che incarnano allo stesso tempo fragilità e senso di sicurezza. Come spesso accade nel lavoro di Okoyomon, anche questo progetto ha a che fare con sogni e leggerezza, fragilità e affetto, amore e cura. Ad accompagnare le installazioni la musica dell’artista del suono Takiaya Reed, i cui brani eterei evocano stati di trance e accompagnano il passaggio al mondo dei sogni da svegli. «La mia pratica non cambia mai – ha spiegato l’artista – ma si evolve continuamente: più domande, tempo infinito, più amore. Credo di aver voluto creare uno spazio in cui potessi sedermi con me stessa e con i miei rituali, lontana dalla frenesia della mia vita».