Il revival dei Fantastici Quattro è un tuffo negli anni ’60 firmato Jack Kirby

Tra fumetto e arte moderna, i Fantastici Quattro rivivono nell’universo pop e surreale di Jack Kirby, fra design rétro e visioni futuristiche

I Fantastici Quattro – Gli inizi è un reboot che celebra l’estetica pulp e visionaria di Jack Kirby. Niente cameo Marvel, pochi riferimenti incrociati, qui il punto focale è il design. Lo si capisce fin dal logo Marvel rivisitato in stile googie, fino ai tappeti persiani bianchi e neri della Baxter Building.

Ambientato su un’Altra Terra denominata Terra‑828 (un omaggio al compleanno di Kirby, 28/8), il film si svolge in un universo parallelo dove Reed, Sue, Johnny e Ben sono già una squadra affiatata, presentati come supereroi di lungo corso e non nuove reclute. Nessun supercrossover, nessuna origin story scontata, gli eroi si rivelano subito in un contesto coloratissimo, dove l’architettura, i vestiti e le automobili volanti sembrano usciti da una rivista anni Sessanta della Space Age. Ogni elemento è un tributo iconico a Kirby, dal razzo-lava al salottino conversazionale col tappeto ribassato e le tonalità jell‑o. La trama mette in scena l’arrivo di Silver Surfer e Galactus, richiamando saghe classiche Marvel, con copertine quasi replicate visivamente in sequenze immediate.

Design potente, scrittura convenzionale

La parte visiva ha convinto quasi tutti. Recensioni come Wired sottolineano che il film “crede nei fumetti e nella loro estetica (presa dritta da Kirby)”, e ammettono tuttavia che la trama convenzionale e sentimenti espressi con ingenuità lasciano un senso di fuori dal tempo. Molti critici (da Nacht a Reddit) concordano che regia e sceneggiatura mancano di mordente, rallentando il ritmo e soffocando i personaggi. I cinque autori del film, capace di generare incoerenze di tono, forse pesano più del previsto. Pedro Pascal (Reed) è tratteggiato come un uomo geniale ma interiore devastato, in linea con le pieghe esistenziali delle saghe di Hickman, Vanessa Kirby (Sue), finalmente protagonista con una vera evoluzione narrativa, incarna una madre pronta a tutto. Johnny Storm è il giovane fuoco della squadra, tra ingenuità e intelligenza, mentre Ben Grimm è il cuore ruggente ma commovente della formazione, una cosa improbabile oggi resa unica da Kirby. Non è un classico di scrittura, ma un vero e proprio manifesto visivo: una vetrina di design vivace, ottimismo naïf e omaggio dichiarato a Jack Kirby. Per alcuni spettatori è già nostalgia proiettata verso il futuro dell’MCU, per altri una parentesi stilistica lontana dal cuore narrativo. Un film che, sembra dice più con le immagini che con le parole.

Scenografie come installazioni d’arte

L’aspetto estetico di I Fantastici Quattro – Gli inizi è ciò che rende l’opera un’esperienza visiva diversa da qualsiasi altro cinecomic Marvel. Non è solo un film di supereroi, ma una dichiarazione d’amore all’arte di Jack Kirby, al suo linguaggio grafico e al suo universo creativo. Il regista ha infatti scelto di costruire l’intero mondo narrativo come se fosse un set uscito direttamente dalle tavole di un fumetto anni ’60. Non si tratta di una semplice ambientazione retrò. Il film reinterpreta le forme, i colori e i volumi tipici del design di quell’epoca, caricandoli di un’energia quasi psichedelica. Le linee curve e dinamiche delle astronavi, i pannelli di controllo a bulbo, i neon dalle tonalità acide: ogni elemento scenografico si fondono con l’immaginario kirbyano.

I costumi stessi sono opere d’arte, ricordando le illustrazioni originali di Kirby, con tessuti lucidi e motivi geometrici che evocano la fantascienza pop del periodo. La palette cromatica è volutamente satura, con l’utilizzo di rossi accesi, blu elettrici, gialli brillanti. È un film che sembra dipinto, in cui l’art direction domina anche sulla sceneggiatura.

Influenze Pop Art e Moderniste

Dal punto di vista artistico, Gli inizi si avvicina più a un’installazione che a un blockbuster. Gli ambienti sembrano set teatrali, con proporzioni volutamente esagerate, e le inquadrature citano la composizione delle vignette. Ci sono momenti in cui il film sembra fermarsi per lasciare che lo spettatore contempli un’immagine, come davanti a un quadro. Interessante anche il lavoro sui riferimenti culturali: oltre al design googie e alle architetture space-age, si percepisce l’influenza della Pop Art e del modernismo americano. Le scene di New York, con cappelli alla Jackie Kennedy e insegne al neon, ricordano fotografie di Saul Leiter, mentre alcune sequenze spaziali hanno un’estetica quasi lisergica, vicina alle illustrazioni di Moebius. In un panorama di film Marvel dominati dal realismo digitale, questa pellicola osa recuperare il gusto per il segno e per la forma riportando il fumetto al centro della scena. Prende un’identità visiva dimenticata e la trasforma in arte contemporanea, accessibile ma sofisticata.