Al Monastero di Astino (Bergamo) è in corso fino al 16 novembre 2025 la mostra di Roberto Salbitani Echi di strade perdute a cura di Corrado Benigni. Un’occasione per riportare alla luce lo storico lavoro sul paesaggio urbano di colui che avrebbe dovuto essere il ventunesimo autore di Viaggio in Italia, ma la cui idea sulla fotografia si era resa divergente rispetto a quella di Ghirri e compagni. Autore di un linguaggio espressivo incisivo e riottoso, Roberto Salbitani ha, attraverso le sue immagini, dato voce all’animarsi di un mondo che lui stesso considera come il proprio co-autore.
La mostra al Monastero di Astino si intitola Echi di strade perdute. Perché questo titolo?
Il termine Echi vuole indicare le risonanze che le fotografie sanno suscitare, nel tempo, in chi le ha realizzate. Strade perdute, invece, è collegato alla mia avversione per la realtà urbana, un vero labirinto di ordini, suggestioni e illusioni in cui non mi sono mai trovato a mio agio. Nel mio immaginario, le “strade perdute” sono le città che ho fotografato, negli anni Settanta, in giro per il mondo e che sono state il soggetto principale del mio libro La città invasa, progetto che è rientrato tra quelli presentati in mostra, anche con molti inediti. Quel lavoro ha sancito il mio entrare nel mondo adulto e, insieme, il mio passaggio dalla periferia rurale alla città. Trovarmi davanti alla realtà urbana è stato un vero scontro e penso di aver proiettato questa tensione anche nel mio lavoro.
Ne La città invasa si riferiva a una città in particolare o a un’idea simbolica di città?
La città contro cui mi opponevo poteva essere Padova, come Milano o Parigi: un incrocio di strade, di segnaletica dell’obbedienza e di potere, traboccante del linguaggio pubblicitario imposto all’uomo. Io mi approcciavo all’idea moderna di realtà urbana da antagonista e questo sentimento ho voluto trasporlo nelle mie immagini.
L’apparato testuale e comunicativo delle insegne e segnaletiche urbane che ha fotografato fanno venire in mente le insegne di Walker Evans ad esempio.
Sì, ma il suo fotografare le insegne non aveva un movente politico, la sua riproduzione dei cartelloni si inseriva in un discorso più legato all’architettura. Io, invece, le fotografavo per oppormi ai dettami economici del potere e per mostrare come all’uomo venisse imposto un certo messaggio di tipo consumistico.

Nel manifestare, attraverso le sue immagini, questo valore politico, seguiva anche una ricerca estetica?
Assolutamente no. Io mi sono sempre considerato un esploratore del mondo, un mondo che ho indagato attraverso le città, ma anche attraverso la rappresentazione del mondo naturale.
Il mio intento era etico e politico, non in quanto “appartenente a un partito”, ma semplicemente in quanto cittadino che si armava della sua macchina fotografica per opporsi a quei subdoli messaggi. Sono sempre stato una persona libera e la città l’ho sempre vissuta come una prigione. Ero stimolato da questo mio sentire, non certo da una specifica intenzione estetica a priori.
Cosa l’attraeva per fotografare?
Ciò che mi attraeva era ciò che non mi attraeva. Nelle città, ad esempio, io fotografavo ponendomi la domanda “Fin dove sono libero in questo mondo?” o “Dov’è la mia libertà?”. Le città quindi non le fotografavo perché ero attratto dalla loro bellezza, ma per reagire agli inganni della loro “comunicazione” pubblicitaria.

Non trova quindi nessuna connessione tra la sua fotografia e la nuova visione sul paesaggio e sul guardare che iniziò negli anni Settanta, una prospettiva che di certo, come lei, non seguiva un concetto standardizzato di bellezza.
No. Un fotografo vede e va verso ciò che vede o verso ciò che gli sembra ambiguo. Le riflessioni sul fotografico avvengono a posteriori, dopo aver visto i negativi. In fase di ripresa ho sempre cercato di avere la mente completamente sgombra da ogni pregiudizio e da ogni forma di pensiero preconcetto. Quello con cui entravo in dialogo era il reale, il mondo, che reputo co-autore delle mie immagini.
Però era in contatto con Luigi Ghirri.
Certo. La città invasa è stato pubblicato da Punto e Virgola, ma, fotograficamente parlando, eravamo attratti da cose diverse: lui da elementi anche estetici, io assolutamente no. Quando si è trattato di partecipare a Viaggio in Italia mi sono sottratto sia perché Luigi voleva mettere in mezzo degli sponsor, sia per una questione di visione del progetto. Per me Viaggio in Italia doveva essere una nuova esplorazione fisica del territorio, per lui il movente era di tipo ideale e concettuale. Credo inoltre dovessero essere vagliate meglio le fotografie appartenenti a lavori preesistenti.

Il suo senso di composizione da dove nasce?
Penso dall’esperienza, dalla cultura visiva entro cui una persona si impasta crescendo. Una specie di melassa d’arte visiva. Per trovare un proprio senso e una direzione interviene la sensibilità di ognuno verso il reale, che dà le coordinate per tematizzare il caos del mondo in cui abitiamo tutti. Il mio particolare modo di tematizzare il mondo, relativamente ai lavori sulle città, era teso a rivelare e smascherare il linguaggio pubblicitario come il nuovo linguaggio subliminale della merce.
Nel progetto Viaggio in terre sospese ha fotografato la realtà esterna dall’abitacolo di un’auto, inserendo nell’immagine anche la struttura interna della macchina (finestrini, parabrezza, specchietti) e incorniciando la realtà con questi elementi. Non voleva essere una riflessione meta fotografica, come fece Lee Friedlander in America by car agli inizi del 2000?
Quel lavoro non nasce da un’idea specifica sul meta linguaggio, né tanto meno da una ricerca concettuale. Volevo darmi una struttura, delle regole, entro cui avrei osservato le sfaccettature della realtà esterna e l’abitacolo dell’auto mi è sembrato perfetto per il mio scopo.
Un esercizio di stile?
Un esercizio, senza intellettualismi, che avrebbe posto in essere l’incontro tra me, i miei occhi, la realtà esterna e come la percepivo attraverso un sistema di specchi. Era una specie di esperimento giocoso, un altro mio modo di esplorare il mondo, per come si presentava in quel dato momento, accettando l’imprevedibilità del reale.

Oltre al paesaggio urbano, ha indagato con attenzione anche il simbolismo della natura, nel suo progetto Lune ad esempio.
Le immagini di Lune sono immagini singole, prodotte in occasioni e luoghi diversi. Con questo progetto ho cercato di estrarre dalla natura degli elementi simbolici, su questa idea mi sono dedicato per diverso tempo dopo i progetti sul paesaggio urbano.
Lune è stato prodotto con un formato circolare. Un altro progetto con lo stesso formato è stato quello su Venezia. C’è attinenza tra i due lavori?
Tutti i miei tondi sono dei simboli. I due progetti si sono sicuramente compenetrati perché lavoravo a entrambi nello stesso periodo, ma anche perché nel lavoro su Venezia rivedo certe strutture simboliche che ho indagato in Lune. Nel lavoro sulla laguna ci sono gli elementi dell’acqua, dell’aria, compenetrati di un chiaroscuro denso, abissale. Il tutto si addice perfettamente al formato tondo perché nell’idea che ho di Venezia convivono ombre fuggevoli, fangose, dove tutto è in correlazione in una dimensione atemporale, come nella circolarità del formato tondo.
Nel 1985 ha esplorato l’ex manicomio di Trieste, il San Giovanni, dove lavorò come direttore Franco Basaglia, artefice della legge 180 (1978) che chiuse i manicomi. Cosa ha voluto cogliere con quel lavoro?
Ho girato per Trieste quattro giorni senza trovare granché di interessante da fotografare. Al quinto giorno, oltrepassai un grande cancello aperto e scoprii che i padiglioni che vedevo erano quelli dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. Trovavo quel luogo denso di vissuto e bisognoso di espressione. Quello che ho cercato di cogliere è la sedimentazione di una storia umana sofferta, di cui c’era traccia negli angoli più remoti. Inoltre mi affascinava molto l’opera della natura che nel tempo si era intersecata misteriosamente con quel vissuto e che, riappropriandosi degli spazi abbandonati, si metteva in dialogo con i murales dipinti sulle facciate dei padiglioni o sulle pareti scrostate dei reparti.




