Il Centre Pompidou apre le porte all’Arabia Saudita per 50 milioni di euro

L’accordo tra il museo francese e il regno saudita avvia un nuovo fronte culturale e politico. Soft power o sponsorizzazione invasiva?

Il Centre Pompidou riceverà 50 milioni di euro dall’Arabia Saudita per finanziare i lavori di ristrutturazione previsti tra il 2025 e il 2030. In cambio, il regno potrà vantare una “sezione” all’interno del museo, termine che ha generato allarme tra diversi sindacati. Il timore infatti, è che non si tratti solo di uno spazio sponsorizzato, ma di una vera e propria area espositiva con contenuti curati dal governo saudita.

L’accordo rientra nella strategia Vision 2030, con cui il principe ereditario Mohammed bin Salman punta a trasformare l’immagine del Paese, diversificare l’economia oltre il petrolio e imporsi sulla scena internazionale attraverso strumenti di soft power culturale. La collaborazione tra Francia e Arabia Saudita comprende anche un centro di fotografia a Riad e la co-gestione di musei ad AlUla, patrimonio UNESCO nel deserto saudita. Si tratta di una cooperazione culturale senza precedenti tra una grande democrazia occidentale e una monarchia assoluta del Golfo.

Sebbene la direzione del Pompidou abbia recentemente dichiarato che l’accordo è ancora in fase di definizione e che nessuna decisione definitiva è stata presa sulla natura della sezione saudita, la cifra investita (quasi un quinto dei fondi totali previsti per il restauro) solleva dubbi sulla reale autonomia del museo nelle future scelte curatoriali. Il dibattito si concentra sulla commistione tra finanziamenti pubblici e privati nel mondo dell’arte, e su quanto un’istituzione culturale pubblica possa esporsi alle pressioni politiche e simboliche di uno stato estero, per quanto generoso. In molti si chiedono se l’arte possa ancora essere uno spazio di libertà quando le sue fondamenta economiche dipendono sempre più da potenze straniere interessate a plasmare la propria immagine internazionale, anche a costo di comprare – letteralmente – un pezzo di museo in Europa.

La cultura al centro della diplomazia culturale. Storia di un patto tra arte e potere

Quello che sta accadendo per il Centre Pompidou non è solo una collaborazione culturale, ma il riflesso di un cambiamento profondo nel modo in cui la cultura viene usata, finanziata e interpretata. In passato – e quale esempio più significativo se non la Francia – i musei rappresentavano l’autonomia del sapere, il regno dell’indipendenza intellettuale e della sperimentazione artistica. Oggi, sempre più spesso, sono anche strumenti di negoziazione internazionale, vetrine di soft power e territori dove si misurano gli equilibri geopolitici. L’accordo tra l’istituzione francese e l’Arabia Saudita – che garantisce al regno non solo visibilità, ma potenzialmente anche un ruolo attivo nella programmazione espositiva – è un caso emblematico. Con 50 milioni di euro, il regno arabo non sta comprando solo un sostegno a un progetto architettonico, ma acquistando legittimità culturale nel cuore dell’Europa, accanto a una delle istituzioni più prestigiose dell’arte moderna e contemporanea.

Il museo, nella sua funzione pubblica, rischia così di diventare un nodo di scambio tra capitali e consenso. Per uno stato come l’Arabia Saudita – criticato da ONG internazionali per i diritti civili, la censura e il trattamento delle donne – l’ingresso nel sistema culturale occidentale rappresenta un investimento strategico. Non solo per il turismo e la reputazione, ma anche per veicolare una narrazione selettiva e positiva di sé. Ecco perché l’uso del termine “sezione” nell’accordo ha allarmato storici dell’arte e operatori del settore: non è solo questione di fondi, ma di contenuti, rappresentazioni, messaggi. Chi decide cosa viene mostrato? Quali opere? Quale storia dell’Arabia Saudita verrà raccontata al pubblico europeo?

In gioco dunque, non c’è soltanto l’integrità del Pompidou, ma il ruolo stesso delle istituzioni culturali in un’epoca in cui le ambizioni globali di nuovi attori geopolitici si infiltrano ovunque, anche tra le pareti di un museo. È lecito, allora, chiedersi: la cultura può ancora essere uno spazio neutrale, oppure diventa anch’essa campo di battaglia del potere globale? L’intreccio tra arte e potere non è nuovo. Ma oggi, nella stagione del soft power e della diplomazia culturale, la posta in gioco è più alta. E non riguarda solo ciò che si espone, ma chi ha il diritto di raccontare il mondo e in che modo. E sopratutto, da quale parte del mondo stare.

Articoli correlati