Rosalind Fox Solomon, fotografa statunitense nota per la sua indagine profonda sull’emarginazione, l’identità e la malattia, è scomparsa il 23 giugno 2025 a New York all’età di 95 anni. La notizia è stata confermata dalla Stephen Bulger Gallery, che ne curava la rappresentanza, senza specificare la causa del decesso. In oltre cinquant’anni di carriera l’artista ha costruito un corpus visivo intenso e personale, sempre distante dalle convenzioni estetiche dominanti. I suoi scatti in bianco e nero, spesso realizzati con una fotocamera Hasselblad, hanno raccontato con rigore e sensibilità le solitudini e i drammi umani dentro e fuori i confini degli Stati Uniti.

Rosalind Fox Solomon e l’attenzione per chi resta ai margini
Nata il 2 aprile 1930 a Highland Park, nell’Illinois, Rosalind Fox ha vissuto un’infanzia agiata grazie all’attività imprenditoriale del padre, ma segnata da tensioni familiari. Dopo la laurea in scienze politiche al Goucher College nel 1951, ha svolto lavori in vari ambiti, tra cui quello come direttrice regionale dell’Experiment in International Living. Si è trasferita a Chattanooga dopo il matrimonio con l’immobiliarista Joel Solomon, da cui ha divorziato nel 1984. Durante il matrimonio, nonostante le pressioni per non lavorare, si è avvicinata all’attivismo, sostenendo i diritti civili e le battaglie femministe.
La sua carriera ha preso slancio grazie alla Guggenheim Fellowship del 1979. Negli anni ’80, le sue mostre personali sono state ospitate da istituzioni come il MoMA e la Corcoran Gallery of Art. Ha viaggiato e fotografato in Sudafrica, India, Polonia, Perù e altri Paesi, ritraendo sacerdoti, bambini mascherati, coppie in ombra e persone segnate dalla malattia. Nonostante il successo tardivo presso le gallerie, il mondo istituzionale ha sempre osservato con attenzione il suo lavoro.

Uno sguardo radicale e coerente
Il percorso di Rosalind Fox Solomon nella fotografia inizia in modo fortuito nel 1968 durante un soggiorno in Giappone per un programma di scambio culturale. All’epoca aveva 38 anni, due figli, ed era residente a Chattanooga, nel Tennessee. La sua ricerca si è sviluppata senza riferimenti diretti a scuole o tendenze mantenendo sempre una distanza emotiva che rendeva le immagini cariche di tensione e ambiguità.
Nei suoi primi lavori negli Stati Uniti, negli anni ’70, ha documentato fiere rurali, cerimonie religiose, ambienti familiari modesti e volti segnati dalla vita privilegiando la sospensione e la complessità del momento. Ha raccontato uomini in canottiera, donne con i bigodini, bambini in costume e la solitudine densa dei loro sguardi. “Mi limitavo a guardarli, chiedevo se potevo fotografarli”, disse.
Il suo stile ha preso forma anche grazie all’incontro con Lisette Model, fotografa di rilievo che ne divenne mentore a New York. Fox Solomon mostrava i propri provini a Model, che li analizzava senza indulgenze spingendola a raffinare il proprio linguaggio. Da allora, il suo lavoro ha continuato a interrogare ciò che appare e ciò che resta nascosto, privilegiando una narrazione visiva aperta e priva di retorica.


Le voci ai margini e il corpo della crisi
Tra i soggetti più ricorrenti nei suoi progetti spiccano le comunità escluse e vulnerabili: afroamericani nel Sud degli Stati Uniti, persone affette da AIDS a New York, palestinesi nei territori occupati. Nel 2019, in occasione della riapertura del Museum of Modern Art, ha ritratto i membri del personale meno visibili: restauratori, informatici, tecnici. “Volevo mostrare chi spesso non si vede”, spiegò. Non cercava empatia facile, ma profondità psicologica e stratificazione emotiva. “La profondità è nelle immagini, non in quello che dico”, dichiarò una volta. Le sue fotografie, infatti, riflettono realtà sociologiche, storiche e politiche, restituendo una verità intima e collettiva: un’attenzione per chi resta ai margini, per ciò che si sottrae alla visibilità e al racconto dominante.
Nel 1987, dopo aver letto un articolo sul New York Times, intraprese la serie “Portraits in the Time of AIDS”, senza conoscere personalmente persone colpite dalla malattia. Ne risultò un lavoro asciutto e diretto: nessuna messa in scena, nessuna retorica. Solo i corpi e gli sguardi, i pazienti e chi li assisteva. Quella serie fu esposta nel 1988 alla Grey Art Gallery della NYU e, nel 2015, al Grand Palais durante Paris Photo, rivelando l’attualità del suo approccio anche a generazioni più giovani.
Negli anni successivi ha proseguito questo tipo di indagine con lavori come “Polish Shadow” (2006), “THEM” (2014) e “Got to Go” (2016). Sempre in bianco e nero, in formato medio, con un tono sobrio e privo di sentimentalismo. Il distacco e la lucidità non venivano meno anche nei suoi autoritratti più recenti, come quello che la ritrae accanto a una tomba con il proprio cognome: “A novantaquattro anni non mi sento più protettiva verso me stessa – disse nel 2024 – Fra poco sarò polvere.”










© Rosalind Fox Solomon / MUUS Collection


