Tracey Emin è arrivata a Palazzo Strozzi, nel marzo 2025, per Sex and Solitude, la sua prima mostra istituzionale in Italia. Nell’esposizione fiorentina, dipinti, monotipi, disegni, sculture in bronzo, ricami e installazioni: Tracey Emin scava nella propria biografia, nel corpo, nel desiderio come nel trauma, articolando un linguaggio che si esprime con intensità e immediatezza e che resta tale, al di là del medium con il quale essa decida di confrontarsi. L’universo che questo linguaggio ci restituisce è un’esposizione spietata delle sue vicissitudini di donna, cresciuta in una periferia povera e violenta, e di artista, inserita nell’establishment britannico ma outsider per atteggiamento e estrazione sociale (le sue origini sono turco-cipriote e romanì), il dialogo incessante con l’arte, i suoi aneliti e le sue paure.

Buona parte di questa narrazione avviene attraverso la pittura. I dipinti mettono in scena per lo più corpi, tracciati con una linea nervosa e sommaria e al tempo stesso possente, decisa, strutturale. Vaste campiture di colore costruiscono – o meglio occultano – spazi fisici e psicologici dove il desiderio, l’emozione, il bisogno prendono forma e parola, e lo fanno urlando, come se trovassero per la prima volta uno spazio sicuro in cui potersi esprimere senza vergogna. Tensioni viscerali pervadono anche le sculture in bronzo, dove masse corporee, informi ed essenziali, diventano agglomerati di desideri e pulsioni.
Una sovrapposizione quasi mimetica fra spazio espressivo e spazio della vita ritorna poi nelle installazioni. Exorcism of the Last Painting I Ever Made, ad esempio, ritrae fedelmente quello che è stato il suo ambiente di lavoro nel 1996: uno studio temporaneo accessibile al pubblico, allestito in una galleria a Stoccolma, pochi metri quadrati in cui Emin si rinchiude per tre settimane e mezzo, ovvero il tempo che intercorre fra un ciclo mestruale e l’altro. Un ambiente in cui dorme, sogna, mangia, beve, prende note, appende fotografie e soprattutto in cui torna alla pittura, abbandonata sei anni prima per via di un blocco creativo causato da un aborto.

In tutto ciò si percepisce l’urgenza di trasformare un percorso biografico, spesso doloroso, in un discorso artistico che lo possa sublimare e accogliere in una dimensione non più personale, ma universale. Dare la propria vita in pasto al pubblico – e forse così facendo prenderne le distanze e disfarsene – diventa dunque una pratica costante nella sua ricerca artistica, che espone la nudità e le vulnerabilità del corpo, l’abuso e il trauma, con la consapevolezza che ciò è un gesto politico.
Fondamentale in questo processo è l’uso della parola, cruda e densa, presente e centrale nelle installazioni al neon, in molte delle sue sculture e dei suoi dipinti. Nodale a tal punto che molti dei suoi lavori possono essere collocati senza troppe esitazioni nel campo della poesia visiva – come, ad esempio, l’appliqué I do not expect, dedicato alla morte della madre: “I do not expect to be a mother/ but I do expect to die alone/ it doesn’t have to be like this/ she went out like a 40 watt bulb/ my brains all split up/ love to the end / I want it back – that girl of 17”.

Sex and Solitude è in sintesi una mostra che mette sotto i riflettori speranze, umiliazioni, successi e fallimenti di un’artista dichiaratamente femminista, nata negli anni Sessanta a Londra e figlia della working class inglese. Si potrebbe notare che restano pur sempre i traumi e i desideri di una donna bianca, cisgender, proveniente da un paese altamente privilegiato, tradotti quindi in un discorso che si potrebbe definire fortemente connotato, realmente fruibile e riconoscibile solo per una parte di pubblico. Ma questo non è necessariamente un limite. L’arte è un discorso collettivo che si espande nel tempo e sono le generazioni successive, o provenienti da aree geografiche diverse, ad ampliare lo sguardo, includendo soggettività razzializzate, queer, marginali.
Un quadro che richiama Tracey Rose, che pure lavora con il dato biografico, ma a partire da una consapevolezza radicata delle proprie origini sudafricane, ad esempio nell’installazione Span II in cui intreccia i propri capelli sotto una teca di vetro, operando una riflessione sulla politicità del corpo e dell’identità razziale. Ma anche artiste coeve come Candice Breitz, Wangechi Mutu, Fatimah Tuggar, che interrogano le rappresentazioni dominanti dei corpi neri, consapevoli del fatto che il concetto di “razza” è una costruzione sociale, non biologica, ma con effetti reali sull’esperienza e sulla rappresentazione. Anche Diane Victor, bianca e coetanea di Emin, riesce a intrecciare la propria pratica a una riflessione sull’imperialismo. O ancora le Guerrilla Girls, che già nel 1985 sollevavano la questione della sottorappresentazione delle artiste donne nelle istituzioni museali occidentali, aprendo un discorso sul femminile nell’arte da una prospettiva altra, più inclusiva e meno orientata al dato autobiografico, rispetto a quella di Emin.
La mostra restituisce, dunque, il racconto di una soggettività che ha saputo trasformare, consapevolmente, la propria esperienza di donna e artista in materia politica, visiva e poetica. Ma che invita – in chiave intersezionale – anche implicitamente a domandarsi chi abbia ancora accesso a questo tipo di narrazione e chi, invece, ne resti sistematicamente escluso.

Chi è Tracey Emin
Tra le esponenti di punta della seconda wave della Young British Artists Generation, Tracey Emin muove i suoi primi passi con Sarah Lucas e l’esperienza The Shop nel 1993, un negozio di merchandising autoprodotto aperto a Bethnal Green, per arrivare a conquistare, già nello stesso anno, la sua prima personale alla White Cube di Londra. Dopo Rachel Whiteread nel 1997, è la seconda artista donna a rappresentare con una mostra personale la Gran Bretagna alla 52esima edizione della Biennale di Venezia. Sempre nel 2007, viene nominata Royal Academician dalla Royal Academy of Arts.
Tracey Emin. Sex and Solitude
Fino al 20 luglio 2025
Palazzo Strozzi – Firenze
info: palazzostrozzi.org


