«L’errore è un elemento da accogliere». Intervista a Giuseppe Pietroniro

Un'arte che plasma la percezione e svela nuovi orizzonti. L'artista racconta l'evoluzione del suo linguaggio fino all'opera presentata all’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado e alla sua monografia

Giuseppe Pietroniro (Toronto, 1968) è un artista italo-canadese, noto per la sua ricerca sulla percezione dello spazio e sull’illusione visiva. Il suo lavoro, che spazia tra fotografia, disegno, installazione e scultura, esplora la manipolazione dello spazio fisico e metafisico, sfidando la percezione tradizionale attraverso l’uso di materiali e tecniche capaci di generare effetti ottici sorprendenti. L’ultima opera da lui presentata è stata l’installazione site-specific All in One, allestita all’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado in un evento curato da Natasa Radojević. In questa occasione ha anche presentato la sua monografia, pubblicata nel 2024, già introdotta al pubblico anche al MAXXI di Roma e al MAMbo di Bologna. La monografia ripercorre trent’anni della sua pratica artistica. Non si tratta di una raccolta cronologica, ma di un progetto tematico in cui i documenti fotografici si intrecciano a un impianto critico, volto ad approfondire i principali concetti e nuclei teorici del suo lavoro.

Attraverso un racconto che intreccia esperienze di vita, formazione e trent’anni di pratica artistica, Pietroniro ci offre uno sguardo completo sulla sua poetica e sull’evoluzione di un lavoro capace di trasformare la percezione e stimolare il pensiero.

Dal momento che lo spazio è il fulcro della tua ricerca artistica, come descriveresti il tuo modo di rapportarti alla sua manipolazione? Nel corso degli anni, questa relazione è cambiata o si è evoluta in qualche modo?

Mi fa piacere che lo spazio, e la sua manipolazione, siano percepiti come il tratto distintivo del mio lavoro: significa che è riconoscibile. Detto questo, credo che tutti gli artisti abbiano necessariamente un rapporto con lo spazio, perché ogni opera deve essere in qualche modo contestualizzata al suo interno. Ciò che mi distingue, forse, è il modo in cui declino e manipolo la forma, partendo dal principio secondo cui per creare qualcosa è necessario togliere qualcos’altro. Non saprei dire con certezza se il mio approccio si sia modificato nel tempo; credo però che cambiamento ed evoluzione siano parte integrante dello sviluppo di un linguaggio.

La tua formazione in scenografia ha avuto un ruolo nell’elaborazione del tuo linguaggio visivo? In che modo ha orientato il tuo modo di pensare e costruire lo spazio nelle tue opere?

Senza dubbio la mia formazione in scenografia ha rappresentato l’inizio della mia riflessione e ricerca sullo spazio. La scenografia, infatti, consente di indagare molteplici discipline: questo approccio multidimensionale mi ha aiutato a sviluppare una pratica artistica più libera nella scelta dei medium.

Attraverso le illusioni ottiche che rendi manifeste nei tuoi lavori, quale tipo di esperienza o riflessione ti aspetti che il pubblico possa vivere?

Per me il pubblico è fondamentale, lo considero parte integrante dell’opera stessa. Dal momento che i miei lavori si basano sulla manipolazione, sulla distorsione della percezione, ho bisogno di un’audience su cui queste dinamiche possano agire. Il pubblico diventa così non solo spettatore, ma testimone dell’opera e del suo potere di trasformare lo spazio e la visione.

In merito alla tua monografia, da dove nasce l’esigenza di realizzarla proprio in questo momento della tua carriera? Si è trattato di un bisogno personale di rilettura del tuo percorso?

La monografia nasce dall’esigenza di cristallizzare tutto ciò che avevo realizzato fino a quel momento all’interno di uno spazio universale. Mi piace pensare al libro proprio in questi termini: come a un contenitore che conserva, ordina e restituisce un percorso. È un concetto che mi affascina molto, e in questo caso è diventato anche un modo per rileggere e dare forma alla mia ricerca.

Il volume raccoglie testi critici di autori diversi per formazione e sensibilità: in che modo i loro sguardi si intrecciano con la tua ricerca e la arricchiscono?

Gli autori coinvolti nel progetto sono tutte persone che conoscevano già piuttosto bene il mio lavoro. Per questo ho voluto includerli sin dalla fase di gestazione della monografia, intrecciando il mio punto di vista con il loro sguardo. Era importante per me che il libro non fosse solo una narrazione unilaterale, ma un dialogo tra prospettive diverse, capaci di arricchire e ampliare il senso della mia ricerca.

Il confronto con artisti come Ettore Spalletti e Joseph Kosuth ha segnato la tua formazione. Qual è stato il loro apporto specifico alla tua crescita artistica e in che misura la loro influenza è ancora presente nel tuo lavoro?

Ho avuto la fortuna di incontrare Ettore Spalletti e Joseph Kosuth quando ero ancora piuttosto giovane, in tempi diversi, ma comunque in una fase in cui si ha spesso l’urgenza di fare tutto in fretta, pensando che la rapidità coincida con l’efficienza. Da loro ho imparato invece il valore del tempo all’interno del processo creativo: la lentezza come spazio di riflessione, e l’errore come elemento da accogliere, perché spesso è proprio il dettaglio imprevisto a generare il vero movimento nella ricerca artistica.

Negli anni Novanta e Duemila molti artisti, tra cui te, hanno portato avanti il proprio lavoro a Roma in un clima che sembrava defilato rispetto a realtà come Torino e Milano, dove si concentravano i principali poli istituzionali dell’arte contemporanea. Cosa ti ha permesso di continuare a credere nel tuo percorso e a scegliere di restare attivo proprio a Roma?

Quello che mi ha sostenuto in quegli anni è stata la spontaneità con cui vivevo la mia pratica, al di là del contesto. Anche se il clima poteva apparire più periferico rispetto ad altre città e, a volte, si avvertiva la sensazione di essere ai margini dei circuiti ufficiali, c’era una libertà autentica. Una spinta creativa che non cercava per forza un riconoscimento esterno, ma che nasceva da un’urgenza personale. È proprio quella spontaneità che mi ha dato la forza di continuare a credere nel mio percorso.

Come percepisci oggi la situazione dell’arte contemporanea in Italia? Cosa pensi sia cambiato rispetto ai tuoi inizi e cosa, invece, sembra ancora immobile?

Oggi mi sembra che quel contesto marginale, una volta circoscritto e riconoscibile, si sia ampliato a tal punto da rendere difficile avere una visione chiara e definita delle tendenze attuali. La distanza dalle strutture istituzionalizzate non solo persiste, ma si è moltiplicata in una costellazione di realtà indipendenti, eterogenee e spesso disconnesse tra loro. Questo da un lato apre possibilità, dall’altro rende più complesso orientarsi e comprendere davvero dove stia andando l’arte contemporanea in Italia.

Per quanto riguarda la tua recente esposizione all’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado, tenutasi dal 2 al 22 aprile 2025, com’è stata, secondo te, la ricezione da parte del pubblico serbo? Trattandosi della tua prima occasione espositiva in Serbia, hai percepito un interesse o una lettura particolare del tuo lavoro rispetto ad altri contesti?

È stata un’esperienza affascinante. Ho apprezzato molto il pubblico serbo e tutte le persone che mi hanno supportato nella realizzazione del progetto. Personalmente, sono sempre stato molto attratto dall’architettura brutalista dell’est Europa e a Belgrado ci sono diversi esempi che mi hanno ispirato molto per la realizzazione della mostra, ho avuto l’opportunità di creare un’installazione che richiamasse un’atmosfera distopica, in dialogo con l’architettura della città. Prima di arrivare in un’istituzione all’estero, ero curioso di capire come un pubblico diverso da quello italiano avrebbe recepito il mio lavoro. È stato interessante constatare come il contesto culturale possa influenzare la lettura e l’esperienza dell’arte.