Riflessi Sommari

Un’operazione d’arte in un luogo di dominio. Una riflessione sulla declinazione degli spazi a Palazzo Venezia a Roma

Sono sempre più frequenti le mostre di artisti negli spazi dei musei d’arte antica. E ci sono vari motivi: quello di creare dialoghi fra le opere, sia per dare una tinta smart che darebbe l’arte contemporanea a luoghi dell’arte del passato, spesso polverosi e ingessati, sia per tentare di ricucire uno strappo, fra il presente e il passato (l’arte del passato è sempre più bella per sua natura) in chiave buonista e moderata, sia per rassicurare i reazionari spaventati e irritati dall’arte di oggi. E anche per dare all’arte contemporanea, con un tono un po’ pietista, una specie di lasciapassare, un passaporto col visto che solo il buon rapporto con l’antico può rilasciare. Alla fine si cercano conferme, come il regime aveva nel grande passato.

Ma si può anche fare una semplice operazione, cioè quella di portare l’arte in un luogo difficile. E non per cercare dialoghi costruttivi o confronti positivi o per avere conferme, ma semplicemente perché fare un progetto d’arte in un luogo difficile è un’intervento d’arte contemporanea, che è più intrisa di faccende del nostro tempo, un tempo più complesso e denso di altri.

Palazzo Venezia a Roma è un luogo fatto da tanti pezzi, da tanti passati messi insieme, intrecciati, sovrapposti e soprascritti dove il potere di varie epoche aleggia anche se raffermo. Si respira un clima sospeso e rarefatto nei tre saloni non fino in fondo sontuosi, comunque imponenti e severi, drammaticamente spogli: la Sala del Concistoro, la Sala Regia e la Sala del Mappamondo. Con distanze e dimensionialterate, non da interni, grandezze fuori scala, hanno accolto vari poteri, che sfidano le nostre misure di persone moderne. Colonne dipinte a creare quinte apparenti, grandi astrazioni, spazi metafisici, muri vuoti, grigi, quasi murati, muti, un grande camino, un mosaico di grande ingombro e un balcone angusto.

Mi occupo da tempo di specchi e in particolare di graffiature con toni e riflessi dorati che cambiano col tempo e ossidano per la luce. Specchi che nelle due grandi sale del Concistoro e quella Regia potrebbero riflettere, in modo non composto, gli ambienti così carichi, anche se vuoti. Si ammantano di un qualcosa che è il tempo di Roma e d’Italia e si attivano con la luce e vari riflessi che rifanno ancora riflessi sui pavimenti così lucidi.

E poi la Sala del Mappamondo, sala misterica, sala sinistra con scritte della lictoriae aetatis; il pavimento a mosaico degli Anni Venti non si può calpestare, come a Pompei, insolito accorgimento per un piancito posticcio solido e recente.

Posseggo da anni delle tende, anch’esse misteriche, prese da un vecchio museo, segnate e stinte dal sole che ho chiamato profondo viola e che ho mostrato in vari momenti. E allora si potrebbero mettere alle tre finestre della Sala del Mappamondo. Con le loro condizioni di tende segnerebbero in modo composto, quasi indistinto, con la luce del sole di Roma che le attraversa, le tre finestre di una sala irrisolvibile.

Un luogo che può essere riconsiderato solo dall’arte. Nel sito del museo di Palazzo Venezia si legge: Il VIVE concepisce mostre ed eventi inclusivi e accessibili, che favoriscono la conoscenza del suo patrimonio di storia e d’ arte. Il progetto che ho sottoposto anni fa è stato respinto perché non d’accordo con la programmazione dell’Istituto.