Sempre più persone sembrano convinte che l’arte contemporanea sia diventata una barzelletta. E purtroppo, questa percezione non è poi così lontana dalla realtà. Naturalmente, non si parla qui degli addetti ai lavori — critici, artisti, curatori — ma del pubblico comune: quelli che l’arte dovrebbe coinvolgere, emozionare, far riflettere. Invece, si sentono esclusi, derisi e presi in giro. E, a ben guardare, in alcuni casi, ne hanno motivo. Artisti e istituzioni sembrano aver fatto di tutto per parlare solo a sé stessi, con la complicità di un sistema educativo che poco o nulla fa per preparare le persone a comprendere davvero il linguaggio dell’arte di oggi.
L’arte contemporanea è difficile da definire. Da un lato esistono ancora artisti che si esprimono con mezzi tradizionali come la pittura o la scultura. Ma l’arte dei nuovi media — opere che usano suono, luce, tecnologia o installazioni interattive — è ormai una componente fondamentale. Non sempre queste opere trovano spazio nei musei, forse perché persistono criteri elitari su cosa sia “arte” e cosa no. Ma esistono, ed è probabile che rappresentino il futuro del linguaggio artistico.

La vera difficoltà, però, non è tanto nei linguaggi usati quanto nei contenuti e nel valore che viene attribuito a queste opere. Prendiamo un esempio recente: la scultura invisibile dell’artista italiano Salvatore Garau, venduta all’asta nel 2021 per 18.000 dollari. Un’opera fatta letteralmente di nulla, dove è lo spettatore a doverla “completare” con la propria immaginazione, come previsto dall’autore. Per chi non vive immerso nel mondo dell’arte, questo non può che sembrare una presa in giro.
L’arte concettuale nasce nel XX secolo, con l’apice negli anni ’60 grazie al movimento Fluxus e a figure come Yoko Ono. Ma la sua popolarità è sempre stata limitata: è difficile, spesso astratta, e per molti incomprensibile. Chi la capisce, spesso non ne coglie comunque il senso. È un linguaggio per pochi.


Eppure, queste opere diventano virali. I media le adorano: sanno che scateneranno reazioni, indignazione, meme. Come nel caso della famosa banana di Maurizio Cattelan, attaccata a un muro con del nastro adesivo e venduta per 120.000 dollari. Il concetto? L’idea dell’artista vale quella cifra. Ma per la gente comune, questo non è solo ridicolo: è offensivo.
In tutto questo, è ormai noto che il mercato dell’arte è diventato uno dei meccanismi preferiti per riciclare denaro. Da anni, milioni passano di mano sotto forma di aste o donazioni museali quasi esentasse. Tutti lo sanno, nessuno lo ferma. L’arte, in questo contesto, smette di essere espressione e diventa strumento del capitalismo più cinico. E gli NFT non hanno fatto altro che aggravare la situazione: basti pensare che qualche anno fa un’opera digitale di Beeple è stata venduta da Christie’s per 69 milioni di dollari.

Davvero ci sorprende che il pubblico odii l’arte contemporanea? La verità è che l’arte non è mai stata pensata per il grande pubblico. Lo spettatore d’arte è un’identità selettiva, costruita. Se tutti potessero capirla, dove sarebbe l’esclusività? Ma se l’arte fosse per tutti, smetterebbe forse di essere considerata “arte”? Perderebbe valore economico, ma ne guadagnerebbe in valore culturale? Domande complesse che portano a riflettere anche sul ruolo dell’educazione.
Ed è proprio da qui che bisogna partire: l’educazione artistica che riceviamo oggi è anacronistica. A meno che uno non decida di studiare arte in modo accademico, l’idea che ci viene trasmessa è che l’arte si identifichi con l’abilità tecnica e la rappresentazione figurativa. Rinascimento, gotico, neoclassico: questi sono i modelli che ci vengono proposti. Tutto ciò che è venuto dopo, specialmente l’astrazione del Novecento, ci disorienta. Perché non ci viene spiegato il contesto sociale, politico ed economico che ha generato quei linguaggi artistici.
Il Novecento è stato un secolo di trasformazioni radicali: industrializzazione, guerre mondiali, urbanizzazione, alienazione. L’arte moderna ha rispecchiato questo caos, questa velocità, questo senso di smarrimento. E l’arte contemporanea continua su quella scia, cercando di raccontare un presente altrettanto complesso. Se non comprendiamo il nostro passato, è impossibile capire ciò che vediamo oggi.

In un mondo ideale, l’educazione — anche quella artistica — sarebbe accessibile e profonda. Ma le istituzioni artistiche sono spesso penalizzate dal sistema pubblico e traggono vantaggio da una cultura d’élite, alimentando una nuova classe colta che perpetua le logiche del mercato. Esistono artisti che vivono al margine, certo, e alcuni si avvicinano al gusto popolare con opere figurative. E va benissimo. Ma questo, purtroppo, non aiuta il pubblico ad ampliare la propria visione.
L’arte astratta, nonostante la sua complessità, ci invita a fermarci, pensare, sentire, connetterci. Ma viviamo in un’epoca in cui riflettere è faticoso. E questa non è solo una crisi dell’arte: è una crisi della società.
L’arte di oggi non è universale. L’associazione tra arte e denaro estremo, tra artisti e mondi chiusi, ha incrinato il rapporto tra pubblico e creatori. Da una parte, artisti e istituzioni non riescono a comunicare; dall’altra, il pubblico non si sforza di imparare un nuovo linguaggio. E così si alimenta un muro di indifferenza reciproca. Un errore gravissimo. Perché l’arte ha un ruolo sociale fondamentale. E mai come oggi ne abbiamo bisogno.


