L’ultima opera di Wes Anderson, The Phoenician Scheme, presentata in concorso al Festival di Cannes 2025, approda nelle sale cinematografiche con una messa in scena visiva senza precedenti. Ambientato in una nazione fittizia ispirata alla Fenicia antica, il film segue le vicende del magnate Zsa-Zsa Korda e di sua figlia Liesl, raccontando un intreccio di potere, eredità e relazioni familiari disfunzionali. Al centro del progetto si trova una visione estetica estrema, costruita minuziosamente in teatri di posa, che celebra l’artigianato, i dettagli storici e l’invenzione visiva. Il lavoro congiunto del regista e dei suoi storici collaboratori ha dato vita a un universo architettonico e scenografico inedito, che richiama le residenze nobiliari europee e l’arte dei grandi collezionisti del passato.

Un palazzo tra Venezia, Berlino e Parigi
Il cuore visivo di The Phoenician Scheme è la sontuosa dimora di Zsa-Zsa Korda, un edificio ricostruito interamente in studio, ispirato a una molteplicità di architetture storiche. Il production designer Adam Stockhausen ha fuso elementi tratti dai palazzi veneziani, dalle ville berlinesi e dalla casa parigina di Calouste Gulbenkian, noto collezionista del XIX secolo. I riferimenti si estendono anche ai castelli tedeschi, con particolare attenzione al Marmorpalais di Potsdam, da cui derivano i dipinti trompe l’oeil delle pareti, realizzati a mano da un’équipe di pittori scenografi italiani.
Ogni stanza riflette l’identità del protagonista: dalla galleria d’ingresso decorata con colonne dipinte, alla camera da letto della figlia Liesl, dove spicca una carta da parati a strisce, realizzata su misura partendo da un motivo custodito negli archivi del Musée des Arts Décoratifs. La sala da bagno unisce piastrelle d’epoca, una vasca in pietra proveniente dallo Yorkshire e sanitari selezionati da rivenditori specializzati tra Inghilterra e Paesi Bassi.
L’abitazione di Korda si configura come un museo vivente. Anderson, con la consulenza del curatore Jasper Sharp, ha selezionato opere d’arte autentiche provenienti da collezioni europee, come la Hamburger Kunsthalle e le raccolte Nahmad e Pietzsch. Spicca un Renoir un tempo appartenuto a Greta Garbo, ora appeso sopra il letto di Liesl, interpretata da Mia Threapleton.


Dietro le quinte tra arte, artigianato e illusioni
Il film è stato girato prevalentemente nei teatri di posa degli Studio Babelsberg a Potsdam, in Germania. Questa produzione rappresenta il progetto più ambizioso mai realizzato da Anderson in studio. Il realismo fisico e l’attenzione al dettaglio si estendono ben oltre le scenografie: ogni elemento visivo è stato pensato per contribuire all’illusione cinematografica. Erica Dorn e Lucile Gauvain hanno curato la grafica, compresi i geroglifici della sala da ballo in stile revival egizio, mentre i costumi firmati Milena Canonero si integrano perfettamente nella narrazione stilizzata del film.
L’infrastruttura del progetto “terra-mare” di Korda è stata modellata da Simon Weisse e il team degli effetti speciali Nefzer ha impiegato tecniche tradizionali, come l’uso di pupazzi, batuffoli di cotone per simulare le nuvole e cieli retroproiettati. Anche gli oggetti personali dei personaggi sono stati realizzati su misura: Liesl riceve in dono una pipa Dunhill e uno zaino Prada, mentre un oggetto Cartier, commissionato per l’occasione, sottolinea l’ossessione per l’unicità.
Il contributo di Anna Pinnock, storica collaboratrice di Anderson, si è rivelato fondamentale per la coerenza visiva. Insieme a Stockhausen ha immaginato interni che fondono Art déco, modernismo e classicismo italiano, esplorando riferimenti che spaziano dalle dimore svizzere alle case francesi dell’Ottocento. Un altro set chiave è l’hotel in stile mediorientale anni Sessanta, ispirato a strutture grandiose ma decadenti del Nord Africa.


I set di The Phoenician Scheme
L’ambientazione a bordo degli aerei, centrale nella narrazione, è stata ottenuta riciclando e adattando gli interni di una stessa cabina, ridisegnata per apparire ogni volta diversa grazie a variazioni cromatiche e allestimenti intercambiabili. Il risultato, frutto di un’organizzazione logistica precisa, rafforza l’effetto surreale che pervade il film.
Un piccolo set girato in una casa in rovina ha invece offerto uno spazio più spontaneo, dove Pinnock ha assemblato un interno caotico e vissuto, accumulando oggetti di recupero come in un collage materico. A conclusione delle riprese, lo Studio Babelsberg ha voluto omaggiare il regista ribattezzando “The Wes Anderson Building” l’edificio Haus 5, sede del reparto costumi e scenografia. Un riconoscimento simbolico al contributo visionario dell’autore, che in questo film ha saputo trasformare ogni dettaglio scenico in un pezzo del complesso puzzle della sua narrazione estetica.



