Chi grida allo scandalo per l’apparizione di Stitch accanto al David di Michelangelo nelle sale delle Gallerie dell’Accademia dimostra un’idea antiquata e gerarchica di museo, più simile a un mausoleo che a un luogo vivo di confronto tra epoche, linguaggi e sensibilità. La critica conservatrice – che parla di “pupazzetti”, di “progetti bislacchi” e di “installazioni di dubbio gusto” – sembra ignorare volutamente alcune delle più fondamentali riflessioni della museologia contemporanea: il museo non è (più) solo il tempio dell’eccellenza artistica, ma uno spazio sociale, inclusivo, partecipativo e, soprattutto, contemporaneo.

Esporre l’autoritratto di Stitch accanto al David non è una resa alla cultura pop, ma un’operazione consapevole che si muove nel solco di ciò che studiosi come Claire Bishop, Nicholas Bourriaud (con la sua teoria dell’“estetica relazionale”) e Bruno Latour hanno teorizzato da anni: l’arte – e il museo – oggi sono luoghi di traduzione culturale, non di conservazione sterile. Il dialogo tra linguaggi e pubblici diversi non svilisce l’opera antica, ma al contrario la rilancia, la riattiva, la rende parte di un processo di significazione che abbraccia anche chi non ha frequentato studi accademici o storici dell’arte.
L’accostamento tra Stitch e Michelangelo può far sorridere, certo. Ma anche Andy Warhol con Leonardo, Maurizio Cattelan con Giovanni Bellini, o Banksy con Caravaggio hanno fatto storcere il naso agli amanti del “decoro” museale. Eppure oggi sono studiati e discussi nelle università di tutto il mondo. Perché? Perché parlano al presente. E il presente è disordinato, ibrido, spesso pop. Il compito di un museo oggi non è di giudicare, ma di connettere: generazioni, mondi, sensibilità. Non è un caso che molte delle più apprezzate istituzioni museali internazionali – dal Centre Pompidou al V&A Museum – da anni portino avanti operazioni simili, con grande successo di pubblico e riflessione critica.

Ridurre Stitch a “pupazzetto” e l’operazione a una trovata commerciale è un modo per nascondere il vero fastidio: che il museo non sia più solo un affare per pochi. È la paura che l’arte possa parlare anche a chi viene dalla cultura del cinema, della rete, del meme, e non dai salotti della borghesia intellettuale. Ma è proprio questa paura il segno che l’operazione è riuscita: il David continuerà a splendere, e Stitch – nel suo piccolo – ci ricorda che l’arte, se vuole sopravvivere, deve accettare il rischio di parlare anche a chi non l’ha mai incontrata.


