
Nei primi anni del Novecento, dalla Torre dell’Orologio di Venezia, Filippo Tommaso Marinetti e i suoi amici e sodali lanciarono sulla folla ottocentomila volantini di propaganda futurista – così garantivano –, mentre al Teatro La Fenice tuonavano contro la capitale della Serenissima ruffiana e passatista, vagheggiando l’interramento e la trasformazione di rii e canali, Canal Grande compreso, in strade asfaltate per le prime automobili rombanti alla fantastica velocità di trenta chilometri l’ora.

Tra quei giovani scalmanati – qualcuno destinato alla morte precoce sotto le armi, tutti gli altri al fascismo – c’erano Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo e Aroldo Bonzagni, nonché l’atletico parolibero Armando Mazza e il piccolo, mite, pacifico poeta Aldo Palazzeschi, che era il meno agitato di tutti e allo scoppio del primo conflitto del secolo fu il solo futurista che non esitò a dichiararsi contro la guerra, preferendo l’igiene personale alla guerra “sola igiene del mondo” di Marinetti.
“Eppure fu quella la stagione più eccitante della mia vita”, mi dirà nel 1964 Palazzeschi passeggiando per Piazza San Marco, “gli anni un cui Marinetti era considerato la caffeina d’Europa”.

È con questo spirito palazzeschiano che ho visitato la mostra Il tempo del Futurismo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, per ritrovarvi, anche grazie a Renata Cristina Mazzantini che me la illustrava, tutti i motivi palesi e reconditi che hanno accompagnato quel movimento.
Non solo il gioco e lo sberleffo, ma anche e soprattutto l’anima modernizzatrice che lo sostenne per tanti anni in un paese agricolo che aveva bisogno di confrontarsi con paesi più sviluppati come la Germania e la Francia. Da un lato lo scatto buffo del clown, dall’altro il passo felpato della tragedia in arrivo – a cominciare dagli orrendi massacri della prima guerra mondiale –, con dentro un tono crudelmente, incredibilmente crepuscolare che ormai, dopo tante guerre, avvolge per paradosso anche i minuscoli, bellicosi aerei chiamati a fare da contrappunto alle magnifiche aeropitture.
Insomma una mostra bella e appagante di effetti e affetti insieme, programmaticamente destinata a un pubblico non solo di esperti: come sarebbe piaciuto a Filippo Tommaso.


