Sono tanti i modi di fare cinema, come pure i mondi da raccontare. Quelli che Jonathan Vinel costruisce con Caroline Poggi sono anzitutto ibridi, universi che accolgono gli squarci della contemporaneità incorporandoli nella ricerca formale. I registi francesi aprono infatti i codici tradizionali del cinema al mondo dei videogiochi, e lo fanno non solo con Martin pleure, il film proiettato nella mostra tutta cinematografica Il Nostro Tempo realizzata in Triennale Milano con Fondation Cartier, ma anche con il lavoro che sarà presentato nel corso del public program dell’esposizione, in particolare nella rassegna I see myself. Others see me. Accanto al film, dal titolo Eat the Night, sarà lanciata anche la prima monografia del duo, in cui ciascun lettore può trovare la propria copertina. Di tutto questo abbiamo parlato con il regista Jonathan Vinel.
Com’è iniziata la collaborazione con Fondation Cartier e Caroline Poggi?
Con Caroline abbiamo cominciato a collaborare circa 13 anni fa, quando frequentavamo l’università a Parigi. In realtà all’inizio facevamo film separatamente, abbiamo iniziato a farli insieme in un secondo momento: il primo lo abbiamo realizzato nel 2013. Invece con Fondation Cartier la collaborazione è cominciata proprio con il film che viene presentato nella mostra, Martin pleure, realizzato nell’attesa di ricevere un finanziamento per un altro lungometraggio. In questo film abbiamo utilizzato le immagini di un videogioco, dando vita a una commistione tra cinema e arte contemporanea.
Prendendo spunto dal titolo della mostra, nella tua ricerca come vedi “il nostro tempo”?
Se penso alla mostra ci sono moltissime sfaccettature del tempo che vengono rappresentate. Per esempio, nel film che ho realizzato con Caroline Poggi viene illustrata una giovinezza che vive internet e i social media come se fossero la vera realtà: da qui la contaminazione che abbiamo impostato tra mondo virtuale e reale. Poi ci sono altri film in cui si vedono lavoratori, rumori, musica: il tempo e il mondo contemporaneo sono rappresentati anche nella loro durezza, come nel lavoro di Wang Bing [15 Hours, ndr].

In particolare, Martin pleure come dialoga con il resto dell’esposizione?
In Martin pleure c’è un personaggio che cerca il suo posto nel mondo. E la ricerca mi pare un elemento comune con gli altri lavori in mostra.
L’allestimento con cui Martin pleure è esposto sembra suggerire che il pubblico stia giocando a un videogioco. È stata fatta questa scelta?
Utilizzando le immagini di un videogioco forse è proprio questa la sensazione che lo spettatore deve avere. Ma c’è una differenza: oltre all’immagine del videogioco nel film sono integrati i codici del cinema. Abbiamo utilizzato il decoupage, c’è la colonna sonora, i suoni sono stati completamente rifatti – non sono quelli originali – ed è stata introdotta la voce. C’è quindi una combinazione, un ménage, tra videogioco e codici del cinema.


Quanto a Eat the Night, il film che verrà presentato nella quarta rassegna del public program, I see myself. Other see me. In che modo il lavoro si relaziona con questo concept e come si inserisce al suo interno?
Credo che il legame sia dovuto al rapporto che nel film c’è con il videogioco. In Eat the Night è stata creata questa figura di donna del mondo virtuale: il suo è un personaggio emarginato che lotta e cerca un rifugio. Credo che anche questo film si relazioni con la rassegna in questo modo.
Quanto è importante nella tua ricerca e nella tua linea espressiva la compenetrazione di mondi?
La mia idea è quella del cinema ibrido, in ragione anche del fatto che pure il mondo in cui viviamo è ibrido: gli spazi che si creano sono diversi e ciò implica la compenetrazione di arti differenti. Per me l’intersezione tra videogiochi e mondo reale costituisce quindi una strategia per parlare del nostro mondo, che è un mondo ibrido. Ciò implica utilizzare anche generi diversi: nel film sono impiegati i codici del cinema di narrazione tradizionale, ma poi c’è sempre una via di fuga, un qualcosa di inaspettato. L’idea è quindi quella di utilizzare generi tradizionali per poi sfociare nell’ibrido.



Con il film Eat the Night presentate anche una monografia. Com’è nata l’idea e perché avete scelto un concept che prevedesse che ogni pagina funzioni anche come una copertina?
L’idea è nata proprio con la Fondation Cartier. Con il titolo Infinite Memory, il libro presuppone l’esistenza di uno spazio che unisce tutti i film, perciò è concepito come un loop, come un dispositivo ciclico nel quale non c’è un inizio e una fine. Al contrario, quasi come se fosse un gioco, la monografia presenta un montaggio di immagini e frasi ricorrenti.
Come se fosse un’opera aperta?
Sì, come se ciascuno potesse trovare il proprio inizio e la propria fine. Ci sono altri film che stiamo realizzando e che potrebbero potenzialmente essere integrati nel libro, nel quale ciascuno può trovare la propria copertina. Proprio in ragione di questo spazio che unisce tutti i film, Infinite Memory immagina anche che tutti i personaggi raffigurati possano far parte di un unico film, perché hanno le stesse preoccupazioni e sono alla ricerca di un rifugio, trovandosi così uniti in una sola opera.


C’è nella tua linea di ricerca l’intento di aprire mondi alternativi?
Quando io e Caroline realizziamo questi film in realtà si tratta sempre di qualcosa di istintivo che deriva soprattutto da ciò che ci piace. In questo caso i videogiochi hanno fatto parte della nostra cultura: è come siamo cresciuti. Ma nei nostri lavori c’è soprattutto un concetto che ho imparato da Jean-Luc Godard, e cioè che tutti possono fare cinema. Per me si tratta quindi più di aprire il cinema, in modo che chiunque ne possa usufruire e che sia un dispositivo contemporaneo per tutti.

Il film Eat the Night sarà presentato il 13 e 18 febbraio 2025 in Triennale. Ad aprire la prima proiezione sarà il book launch della monografia Infinite Memory, in cui interverranno Edoardo Bonaspetti e Beatrice Grenier. Qui le info per il programma.


